di Massimo Gervasi
Per anni è bastato un test positivo, una traccia nel sangue o nella saliva, anche lontana nel tempo, per trasformare un cittadino incensurato in un pericolo pubblico numero uno.
Patenti ritirate, sanzioni pesanti, procedimenti penali, vite complicate da un’interpretazione rigida e automatica dell’articolo 187 del Codice della strada. Non importava se la sostanza fosse stata assunta giorni prima, settimane prima, addirittura un mese prima. Non importava se il conducente fosse lucido, sobrio, perfettamente in grado di guidare. Non importava se la positività fosse collegata all'assunziine di alcuni farmaci. Non importava se non ci fosse stato alcun incidente, alcun danno, alcun comportamento pericoloso. Bastava risultare “positivi” e la condanna era già scritta.
Oggi, finalmente, una sentenza mette nero su bianco ciò che il buon senso chiedeva da anni: non si può punire qualcuno solo perché ha assunto una sostanza in un momento precedente, se al momento della guida non esiste alcuna alterazione reale e soprattutto alcun pericolo concreto per la sicurezza stradale.
Lo ha chiarito la Corte Costituzionale, lo stanno spiegando giuristi, penalisti, e lo hanno raccontato anche Il Sole 24 Ore e Radio 24: la guida dopo l’assunzione di stupefacenti non può essere trattata come una colpa automatica scollegata dalla realtà dei fatti.
È un passaggio fondamentale, perché ristabilisce un principio cardine del diritto: non si punisce un comportamento astratto, si punisce un pericolo concreto. Non si condanna una persona per ciò che ha fatto giorni prima nella propria vita privata, ma per ciò che fa quando si mette al volante. Eppure, per anni, migliaia di automobilisti sono stati sanzionati come se fossero criminali, senza che fosse dimostrato alcun nesso tra quella positività e una reale incapacità di guidare. Patenti sospese, lavori persi, famiglie messe in difficoltà, ricorsi costosi, stigma sociale. Tutto in nome di una lettura burocratica e repressiva della norma.
La sentenza non cancella la lotta alla guida pericolosa, non giustifica l’abuso di droghe e non abbassa la guardia sulla sicurezza stradale. Fa qualcosa di molto più semplice e molto più giusto: distingue. Distingue tra chi guida realmente alterato e mette a rischio gli altri, e chi invece viene colpito solo perché un test biologico rileva una sostanza che non ha più alcun effetto sulla guida. È la differenza tra prevenzione e accanimento, tra sicurezza e punizione cieca.
La domanda, ora, è inevitabile: chi risarcirà tutti coloro che hanno pagato il prezzo di un’interpretazione sbagliata? Chi restituirà il tempo, il lavoro, la serenità a chi si è visto togliere la patente senza aver mai messo in pericolo nessuno? Perché la legge oggi chiarisce ciò che ieri veniva ignorato, ma intanto i danni sono stati fatti. E non erano pochi.
Questa vicenda dimostra ancora una volta quanto possa essere pericolosa una giustizia automatica, fondata su test e presunzioni, anziché sui fatti. Dimostra che la sicurezza stradale non si tutela con il terrore amministrativo, ma con regole chiare, proporzionate e rispettose dei diritti. E soprattutto dimostra che, quando il diritto perde il contatto con la realtà, a pagare non sono i colpevoli, ma spesso i cittadini comuni.
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