di Massimo Gervasi
Ad Arezzo, mentre ci avviciniamo alle elezioni amministrative comunali del 2026, prima ancora dei manifesti elettorali c’è già una mappa che si sta disegnando. Non fatta di simboli o colori, ma di percezioni, etichette e, soprattutto, credibilità.
Perché in una città che ogni giorno convive con problemi concreti, strade dissestate, manutenzioni rinviate, servizi che arrancano, non vince chi parla meglio, ma chi riesce a convincere i cittadini che dal giorno dopo saprà davvero mettere mano alle cose.
Ed è qui che cade una narrazione comoda ma ormai stanca: la contrapposizione astratta tra destra e sinistra. Ad Arezzo, oggi, la vera scelta è un’altra: propaganda o risultati. Comunicazione o capacità di fare.
In questo quadro, Stefano Tenti rappresenta per molti aretini una figura facilmente decifrabile: l’uomo del fare. Non uno slogan da campagna elettorale, ma un profilo che si lascia leggere senza troppe sovrastrutture: meno convegni, più cantieri; meno dichiarazioni, più soluzioni operative. In una fase in cui la politica locale sembra spesso ridursi a un gioco di posizionamenti e comunicati stampa, un candidato percepito come concreto intercetta un sentimento diffuso: basta parole, servono risultati visibili.
Il confronto con Marco Donati diventa quindi inevitabile. Il termine “civico” è una parola forte, capace di allargare consenso e fiducia, ma solo se regge alla prova della coerenza. Se attorno a Donati si delinea con chiarezza un perimetro politico ben riconoscibile, con riferimenti ad Azione e all’area di Carlo Calenda, allora il civismo rischia di trasformarsi in un’etichetta più che in una sostanza. Nulla di illegittimo nel candidarsi con il sostegno di un partito, ma la chiarezza, soprattutto alle comunali, è già una forma di rispetto verso gli elettori. E l’ipotesi, nemmeno troppo lontana, di un possibile futuro approdo alle politiche del 2027 rafforza una sensazione che in città circola: Arezzo come possibile trampolino, più che come impegno esclusivo.
Poi c’è Vincenzo Ceccarelli. Qui il tema non è il curriculum, che è ampio, ma il messaggio che trasmette oggi. Per qualcuno l’esperienza è una garanzia, per altri, sempre di più,dopo decenni diventa sinonimo di politica di professione. In un momento storico in cui una parte consistente della città chiede discontinuità, un volto che da oltre trent’anni vive stabilmente dentro la politica rischia di essere percepito come continuità del sistema, non come rottura.
Sul fronte opposto, Lucia Tanti porta inevitabilmente addosso il giudizio sull’amministrazione uscente. Se Arezzo viene percepita da molti cittadini come una città trascurata, con infrastrutture logore e manutenzioni insufficienti, allora le comunali del 2026 rischiano di trasformarsi in un referendum su ciò che non ha funzionato. E in questi casi, la memoria dei cittadini è molto più concreta della retorica.
Infine Marcello Comanducci. Qui non servono insinuazioni: l’incertezza, le risposte che non arrivano, le disponibilità lasciate a metà non sono mai un buon segnale in una fase pre-elettorale. In politica, soprattutto a livello comunale, i vuoti comunicativi vengono sempre riempiti da altri. E raramente a vantaggio di chi li lascia.
Alla fine, il bivio per le amministrative di Arezzo è piuttosto chiaro: o la città sceglie un profilo capace di convincere di poter rimettere ordine, programmare, riparare e realizzare, e qui la cifra dell’uomo del fare torna centrale, oppure rischia di restare intrappolata nell’ennesimo gioco di etichette. Il civico che civico non è fino in fondo, il politico di professione che chiede ancora fiducia, o l’eredità di un’amministrazione che molti cittadini sentono come parte del problema, non della soluzione.
Arezzo non ha bisogno di un nome che “suona bene” in campagna elettorale, necessita di una direzione che si veda. E soprattutto di qualcuno che, alle parole, sappia far seguire una cosa sempre più rara nella politica locale: i fatti.
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