di Massimo Gervasi
In Italia la sanità pubblica non sta semplicemente “soffrendo”: sta producendo profitto per qualcuno sulla pelle dei malati.
Le liste d’attesa non sono un incidente, non sono solo inefficienza, non sono colpa del caso o della carenza di personale. Sono diventate il meccanismo che spinge i cittadini a pagare, trasformando un diritto costituzionale in una scelta obbligata: o aspetti, o paghi.
I numeri parlano chiaro e sono devastanti. Secondo stime consolidate, il sistema delle liste d’attesa muove un giro d’affari che supera i 10 miliardi di euro l’anno tra prestazioni private, intramoenia e diagnostica a pagamento. Denaro che nasce da una distorsione strutturale: la sanità pubblica ti accoglie, ti prende in carico, ti inserisce nel Servizio Sanitario Nazionale… e poi ti accompagna gentilmente verso la porta del pagamento.
La legge sulla libera professione intramoenia aveva un obiettivo dichiarato: ridurre le liste d’attesa permettendo ai medici di svolgere attività privata regolata all’interno delle strutture pubbliche. L’effetto reale è stato l’opposto. Le liste non sono diminuite: sono diventate lo strumento che rende conveniente la prestazione a pagamento.
I dati ufficiali del Ministero della Salute mostrano una realtà che nessuno ha il coraggio di affrontare politicamente. Nel 2025, all’Ospedale Cardarelli di Napoli, il 98% delle colonscopie risulta erogato in libera professione. Non stiamo parlando di visite accessorie, ma di esami salvavita, fondamentali per la prevenzione oncologica. Novantotto per cento significa una cosa sola: se non paghi, non entri.
A Roma, negli Istituti Fisioterapici Ospitalieri, la risonanza magnetica viene effettuata in libera professione nell’85% dei casi. Anche qui, stessa logica: nel pubblico l’attesa si allunga, nel privato si accorcia. Non per miracolo, ma perché il sistema è costruito così.
E attenzione: non stiamo parlando di cliniche private esterne, ma di strutture pubbliche, dentro il Servizio Sanitario Nazionale. È qui che avviene la trasformazione più grave: il pubblico non compete con il privato, lo alimenta.
Il caso dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna è emblematico. Un’eccellenza mondiale: primo in Italia, quarto in Europa, undicesimo al mondo per l’ortopedia. 374 posti letto, oltre 150.000 pazienti l’anno, circa 20.000 ricoveri. Un patrimonio pubblico, costruito con risorse pubbliche. Eppure, sul sito ufficiale dell’istituto, campeggia senza imbarazzo la sezione dedicata alla libera professione dei medici del Rizzoli. Il messaggio è chiaro: sei nel pubblico, ma puoi pagare.
Il meccanismo è sempre lo stesso e funziona in tutta Italia. I medici sono dipendenti del SSN, lavorano nelle strutture pubbliche, usano spazi, macchinari e reputazione del pubblico. Poi ruotano verso la libera professione, spesso negli stessi edifici o in ambulatori privati convenzionati. In alcune regioni, gli stessi specialisti operano in decine di ambulatori privati sparsi in mezza Italia, creando un sistema parallelo che vive delle attese del pubblico.
Così accade che il cittadino entri nel SSN, venga visitato, riceva una prescrizione e si senta dire, implicitamente o esplicitamente: “Nel pubblico ci vorrà troppo. Se vuole, a pagamento, facciamo prima.” Questa non è libertà di scelta. È ricatto sanitario.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: milioni di italiani rinunciano alle cure, altri si indebitano, altri ancora pagano due volte, con le tasse e con il portafoglio. Intanto le liste d’attesa diventano infinite non perché manchino medici o strutture, ma perché le prestazioni più redditizie vengono sistematicamente spostate verso il pagamento diretto.
Qui non siamo più davanti a una disfunzione. Siamo davanti a una speculazione strutturata sulla malattia. Una sanità pubblica che, invece di garantire uguaglianza, produce selezione sociale: chi ha soldi cura, chi non li ha aspetta. O rinuncia.
E mentre si parla di riforme, piattaforme, monitoraggi e promesse, nessuno tocca il nodo centrale: finché le liste d’attesa saranno economicamente utili, non verranno mai risolte. Perché oggi, in Italia, l’attesa è profitto. E il malato è diventato il cliente di un sistema che si regge proprio sul suo bisogno.
È importante comprendere che in questo circuito di speculazione mascherata da buonismo, tutte le regioni sono responsabili dirette; a conoscenza di come funzioni il meccanismo
Questa non è più sanità pubblica. È un mercato travestito da diritto. Ed è una vergogna di Stato.
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