Concordato preventivo biennale: il Fisco incassa, l’impresa scommette. E se perde, paga due volte

Pubblicato il 2 febbraio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Lo chiamano “Concordato Preventivo Biennale”, ma nel 2025-2026 somiglia sempre più a un patto sbilanciato: il contribuente firma, il Fisco incassa, e il rischio d’impresa resta tutto dalla stessa parte, quella che lavora.

La cornice normativa è chiara: il CPB nasce con il Decreto legislativo 12 febbraio 2024, n. 13 e viene rimesso mano dal correttivo Decreto legislativo 12 giugno 2025, n. 81, che dal biennio 2025-2026 lo “consolida” per i soli soggetti ISA e chiude la parentesi forfettari, quindi: o sei ISA “effettivo” oppure sei fuori, senza romanticismi.


La scadenza non è un dettaglio: per aderire al biennio 2025-2026 il termine è stato fissato al 30 settembre 2025, e una volta fatta la scelta diventa irrevocabile: la raccontano come programmazione, ma nella pratica è una porta che si chiude alle spalle proprio quando l’anno fiscale e il mercato reale stanno ancora mostrando i denti.

Il cuore del CPB, diciamolo senza giri: non è una “trattativa”, è una proposta calcolata dall’Agenzia, agganciata ai dati ISA e alle banche dati, e tu puoi solo accettare o rifiutare; non stai concordando, stai aderendo a un imponibile “predeterminato”, con effetti su IRPEF/IRES e IRAP (l’IVA resta fuori), e con un vincolo che ti segue per due periodi d’imposta.

Prima ancora della convenienza, però, c’è la barriera delle incompatibilità: gli articoli del Dlgs 13/2024 (richiamati e ritoccati dal Dlgs 81/2025) mettono paletti che diventano mine antiuomo: devi essere ISA, non forfettario, niente debiti tributari/contributivi oltre 5.000 euro se non regolarizzati, niente quota “troppo alta” di redditi esenti o a imposta sostitutiva oltre il 40%, e niente condanne per reati tributari/societari indicati dalla norma; basta che salti un requisito e il castello cade.

Poi arriva la parte che in pochi vendono con onestà: il “costo dell’adesione” non è un’idea filosofica, è denaro vero, e lo paghi a prescindere da come andranno davvero il 2025 e il 2026. La logica tecnica, spiegata anche nelle analisi operative, parte dal cosiddetto reddito “normalizzato”: prendi il reddito dell’anno precedente e lo rettifichi togliendo o aggiustando componenti straordinarie (plus/minusvalenze, sopravvenienze), perdite su crediti, utili/perdite da partecipazioni trasparenti e perfino elementi come la maggiorazione del costo del lavoro prevista dalla normativa sul lavoro (richiamata nelle prassi tecniche). Su quella base l’Agenzia propone il reddito da “bloccare”.

E qui casca l’asino: se la proposta è più alta del tuo normalizzato, quella differenza è il prezzo del biglietto.

Esempio secco, da manuale, perché i numeri fanno più male delle parole: una Srl con reddito normalizzato 1.000.000 e ISA 8 si vede proporre 1.200.000 per il 2025 e 1.250.000 per il 2026. Significa maggior reddito “imposto” di 200.000 e 250.000. Ora entra in scena la modifica 2025: il correttivo ha messo un tetto, e la tassazione “agevolata” sulla differenza non corre all’infinito: fino a 85.000 euro puoi applicare l’imposta sostitutiva legata al punteggio ISA (nelle casistiche tecniche: 10%/12%/15%), oltre quella soglia scatta l’aliquota ordinaria: 24% per IRES oppure 43% per IRPEF, e l’IRAP sulla maggiorazione resta ordinaria, senza sconti.

Tradotto: non solo ti chiedono di “crederci” su un reddito più alto, ma ti fanno anche pagare una parte della differenza con le aliquote piene, cioè esattamente l’opposto del racconto zuccheroso “aderisci e risparmi”. In tanti casi, aderire significa pagare subito più imposte rispetto allo scenario in cui nei due anni futuri replichi semplicemente il risultato dell’anno precedente: e quel delta è il costo del concordato.

A questo punto la domanda non è “che vantaggi ci sono”, ma “quanto devi crescere per non rimetterci”. Ed è qui che il CPB diventa una scommessa travestita da stabilità: se le tue previsioni (budget, marginalità, mercato) non superano la soglia di pareggio, l’adesione rischia di essere un cappio sulla liquidità, perché paghi tasse su un reddito che magari non farai. E nel mondo reale non esistono solo aziende in crescita lineare: esistono commesse saltate, clienti che spariscono, costi che esplodono, crisi settoriali improvvise. Se il CPB fosse davvero “amico del contribuente”, avrebbe elasticità. Invece è rigido, e chiede fede.
E infine c’è il dettaglio che dovrebbe far suonare l’allarme a chiunque parli di “volontarietà”: l’articolo 34 del Dlgs 13/2024 prevede che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza programmino maggiore capacità operativa per intensificare i controlli verso chi non aderisce o decade. Chiamiamola come vogliamo, ma è pressione selettiva: ufficialmente puoi dire no, però poi ti dicono anche che chi dice no finisce più facilmente sotto i riflettori. Questa non è compliance, è un invito con la mano e una minaccia sullo sfondo.

E allora sì: il CPB può convenire a chi è davvero sicuro di crescere oltre la soglia di pareggio e vuole “bloccare” l’imponibile, ma per tutti gli altri rischia di essere la versione fiscalmente elegante di un patto capestro: ti compri due anni di relativa pace, però paghi il premio assicurativo in anticipo, e se il futuro va storto non c’è clausola emotiva che tenga. Il problema non è l’idea di programmare, il problema è il metodo: algoritmo che propone, contribuente che firma, e soprattutto una filosofia che suona così: se entri, bene; se resti fuori, sappi che noi intensifichiamo. Un fisco moderno dovrebbe convincere con regole chiare e aliquote sostenibili, non con la paura statistica del controllo.

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