di Massimo Gervasi
L'Italia ci è riuscita di nuovo: ha voluto fare la prima della classe, ma ha finito per farsi male da sola.
La tassa tutta italiana da due euro sui pacchi extra-Ue, introdotta il primo gennaio 2026 con sei mesi di anticipo rispetto al dazio europeo, è diventata un caso da manuale di autolesionismo economico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oltre trenta voli cargo spariti in tre settimane e un crollo del 40 per cento delle spedizioni sotto i 150 euro, proprio quelle che fanno girare la macchina della logistica aerea. A pagare il conto è soprattutto Aeroporto di Milano Malpensa, cuore del traffico cargo nazionale, trasformato in vittima sacrificale di una misura nata per “fare cassa” e finita per svuotare i piazzali.
I numeri raccontano più di mille comunicati. Secondo i dati dell’Agenzia delle Dogane riportati dal Corriere della Sera, Malpensa ha visto evaporare in poche settimane una fetta enorme del traffico a basso valore, quello che negli ultimi anni aveva garantito volumi costanti e occupazione. La causa è semplice quanto imbarazzante: l’Italia ha deciso di applicare subito un contributo nazionale da due euro a pacco sulle merci provenienti da Paesi extraeuropei, colpendo in particolare i colossi dell’e-commerce cinese come Temu, Shein e AliExpress. Peccato che gli altri Paesi europei abbiano scelto di aspettare luglio, quando entrerà in vigore il dazio comunitario valido per tutti. E allora il mercato, come fa sempre, ha scelto la via più conveniente: Belgio, Germania, Ungheria. Atterraggio lì, sdoganamento lì, e poi camion verso l’Italia. La merce entra lo stesso, ma Malpensa resta a guardare.
Qui sta il cortocircuito politico e tecnico che nessuno ha voluto vedere. Il dazio europeo e il contributo nazionale non sono la stessa cosa. I dazi doganali sono competenza esclusiva dell’Unione europea e scatteranno in contemporanea dal primo luglio 2026 in tutti i 27 Stati membri. I contributi nazionali, invece, sono tasse di gestione che ogni singolo Paese può introdurre da solo. L’Italia lo ha fatto in solitaria, rompendo l’equilibrio del mercato unico e regalando un vantaggio competitivo a chi ha avuto il buon senso di aspettare. Il risultato è scontato: se in un Paese paghi due euro a pacco e in quello accanto zero, lo sdoganamento si sposta dove costa meno. Non è elusione, è semplice aritmetica.
Perché allora questa fretta tutta italiana? La risposta è meno nobile di quanto si voglia far credere. Durante la Legge di Bilancio 2026 la maggioranza ha cancellato la tassa sui dividendi finanziari, creando un buco nelle coperture. Quel buco andava riempito in fretta, e il contributo sui pacchi è sembrato la soluzione più facile: pochi euro a pacco, milioni di pacchi, incasso assicurato. In più, l’operazione aveva una comoda narrazione politica: colpire i marketplace cinesi accusati di concorrenza sleale. Peccato che Belgio, Paesi Bassi e Francia, dopo aver valutato misure simili, abbiano fatto marcia indietro. Peccato anche che le associazioni europee del commercio avessero avvertito chiaramente: anticipare misure nazionali significa frammentare il mercato e falsare la concorrenza. Avvertimenti ignorati, come spesso accade.
L’impatto sulla logistica è stato immediato e brutale. Le micro-spedizioni extra-Ue viaggiano soprattutto in aereo. Due euro a pacco, moltiplicati per migliaia di colli, diventano decine di migliaia di euro su un singolo volo cargo. Una follia per gli operatori, che hanno semplicemente spostato gli aerei altrove. Il paradosso è che lo stesso volume di merci, una volta sdoganato in un altro Paese Ue, arriva in Italia su gomma con costi fiscali di gran lunga inferiori. Più camion sulle strade, più traffico, più inquinamento. Altro che sostenibilità.
Non a caso, dal settore arrivano parole durissime. Andrea Cappa, direttore generale di Confetra, ha definito la misura “un boomerang sotto tutti i punti di vista”. E ha ragione: le merci continuano a entrare, lo Stato non incassa quanto sperava, l’ambiente paga il prezzo dell’aumento del trasporto su gomma e un hub strategico come Malpensa perde traffici, lavoro e credibilità internazionale. È il capolavoro tipicamente italiano: tassare qualcosa senza fermarlo, danneggiando solo chi opera sul territorio nazionale.
Ora si parla di retromarcia. Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Milleproroghe per sospendere la tassa fino a luglio, aspettando l’entrata in vigore del dazio europeo uguale per tutti. Tradotto: ci siamo accorti dell’errore, ma intanto il danno è fatto. I voli cargo non tornano dall’oggi al domani, le rotte perse non si recuperano con un comunicato e la fiducia degli operatori internazionali, una volta incrinata, è difficile da ricostruire.
Questa storia dice molto di come si legifera in Italia: misure pensate per fare cassa subito, senza una visione europea, senza valutare gli effetti reali sulla filiera, senza ascoltare chi la logistica la vive ogni giorno. Il risultato è un Paese che tassa se stesso e regala traffico, lavoro e valore aggiunto ai vicini. E Malpensa, da hub strategico, diventa il simbolo di un boomerang lanciato con entusiasmo e tornato dritto in faccia
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