di Massimo Gervasi
Cinque anni dopo il Covid, mentre lo Stato si assolve da solo e nessuno chiede scusa, a pagare sono ancora gli imprenditori.
Umberto Carriera, stimatissimo ristoratore di Pesaro, è solo uno dei nomi finiti sotto i riflettori, ma la sua storia è identica a quella di migliaia di colleghi che tra il 2020 e il 2021 si sono trovati improvvisamente senza lavoro, senza reddito, senza certezze e senza alcuna reale tutela. In quei mesi drammatici, i ristoranti erano diventati luoghi sospetti, i titolari potenziali criminali, i controlli scenografie da film: tre posti di blocco, quindici agenti, la Digos, il capo della Squadra Mobile. Non per ’ndrangheta o traffico internazionale di droga, ma per un ristorante vuoto, con quattro persone che stavano pulendo dopo una cena già consumata.
Carriera riprende tutto. Documenta. Mostra. Non inventa. Non manipola. Cinque anni dopo, la Cassazione stabilisce che quel video non era stato modificato. Eppure, paradossalmente, stabilisce anche che quel video ha screditato l’immagine di un alto dirigente di polizia, scatenando una valanga di commenti negativi sui social. Come se la responsabilità dell’indignazione collettiva fosse di chi ha acceso una telecamera, non di ciò che quella telecamera ha mostrato. Assoluzione penale, ma condanna civile: 4.500 euro di risarcimento. Avrebbero voluto 84.000 euro. Il messaggio è chiaro, ed è inquietante: puoi raccontare la realtà, ma se la realtà disturba il potere, qualcuno il conto te lo presenta comunque.
In tutto questo processo si è persa una cosa fondamentale: il contesto. Quei mesi non erano “normali”. Erano mesi di paura, di chiusure forzate, di debiti che crescevano, di affitti da pagare, di dipendenti da sostenere, di famiglie intere appese a un decreto serale. I ristoratori non avevano armi di difesa. Nessun ufficio stampa, nessun apparato, nessuna protezione istituzionale. Avevano solo una cosa: i fatti. E l’unico modo per difendersi, per non essere schiacciati nel silenzio, era mostrarli.
Oggi, a distanza di anni, quegli imprenditori stanno ancora pagando il prezzo di scelte che non hanno fatto loro. Molti hanno chiuso. Altri si portano dietro debiti, rate, ferite mai rimarginate. Nessuno ha risarcito la loro reputazione, nessuno ha risarcito le loro notti insonni, nessuno ha risarcito il diritto costituzionale di lavorare. Eppure, quando un imprenditore documenta un controllo che appare sproporzionato, il problema diventa la “gogna social”, non l’origine di quella gogna.
La verità scomoda è che Carriera non ha fatto altro che ciò che milioni di cittadini hanno imparato a fare negli ultimi anni: accendere una videocamera per proteggersi. Perché quando il rapporto di forza è totalmente sbilanciato, la trasparenza diventa autodifesa. Criminalizzare questo gesto significa dire a tutti gli imprenditori: subite in silenzio. Abbassate la testa. Perché se parlate, se mostrate, se raccontate, il rischio non è solo giudiziario, è economico e morale.
Quanto vale la dignità di chi ha visto il proprio lavoro trasformato in un sospetto? Quanto vale la libertà di raccontare ciò che accade dentro la propria attività? Per Umberto Carriera vale più di qualunque cifra. Ed è per questo che, al di là delle sentenze, questa resta una battaglia simbolica enorme: quella di chi non ha prezzo perché non può permettersi di perderlo, il prezzo della propria libertà.
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