di Alessio Colletti
Perché la Cina sta vendendo i titoli di stato degli Usa. Una spiegazione semplice per capire meglio il debito pubblico.
Gli Stati Uniti, insieme ad altri stati come Italia, Francia e Giappone, sono il Paese con l’esposizione debitoria più elevata al mondo. Per capire bene cos’è il debito pubblico è sufficiente immaginare lo stato un po’ come fosse una famiglia: per il bene della propria popolazione un governo deve portare avanti progetti di vario tipo e sostenere servizi che richiedono ingenti somme di denaro. Costruzione di infrastrutture, sanità, istruzione, previdenza, difesa militare ecc. sono le priorità di un’amministrazione che può attingere da due fonti essenziali: le imposte (in pratica le tasse che paghiamo tutti noi) e le obbligazioni. Con queste ultime lo stato emette un titolo che l’investitore acquista versando del danaro e ricevendo in cambio una remunerazione, rappresentata dagli interessi. Alla scadenza prestabilita l’investitore rientrerà in possesso dei suoi soldi. Grazie a questo prestito lo stato potrà finanziare le politiche che ha definito. L’insieme di questi titoli costituisce ciò che è chiamato “debito pubblico”.
Il debito pubblico americano è, in larga misura, detenuto da investitori americani (cittadini e società oltre ovviamente alla Federal Reserve). La quota rimanente, circa il 25 – 30 %, è invece nelle mani di operatori stranieri. Fra di essi, quelli che vantano le partecipazioni più consistenti sono Giappone, Regno Unito e Cina. Gli osservatori fanno notare che negli ultimi anni la Cina ha alleggerito notevolmente il suo portafoglio. Si tratta dell’ennesimo capitolo del confronto che vede protagoniste le due superpotenze mondiali.
Come spiegare l’atteggiamento della Cina
La Cina, dunque, vende quote significative di titoli americani. Ma con quali finalità e perché? L’obiettivo cinese è quello di diversificare il suo portafoglio ed evitare di immagazzinare una quantità di capitali eccessiva nelle istituzioni occidentali con il rischio di essere soggetta a sanzioni o “ricatti” simili a quelli messi in atto contro i fondi russi. La mossa cinese è anche una ritorsione contro la politica dei dazi imposta da Trump.
Va inoltre sottolineato come queste operazioni influenzano l’andamento delle valute nazionali, il prezzo delle obbligazioni statali e i tassi di interesse legati alle obbligazioni stesse. Così, ad esempio, quando la Cina acquista titoli americani, ovviamente denominati in dollari, la domanda per la detenzione del dollaro aumenta e questo determina un apprezzamento del biglietto verde. La vendita dei titoli, invece, causa un deprezzamento della valuta statunitense (perché c’è meno domanda). Questo però non porta solo a conseguenze negative. Infatti ogni situazione va contestualizzata: con un dollaro più debole le merci americane dirette all’estero sono meno costose e quindi più competitive. Detto in altre parole, le esportazioni delle aziende statunitensi saranno favorite da un dollaro svalutato.
Un acquisto di titoli produrrà inoltre un incremento del prezzo dello strumento finanziario sempre per via dell’incremento della domanda.
Invece, il tasso di interesse delle obbligazioni segue un moto inversamente proporzionale al prezzo dei bond. Per capirlo aggiungiamo una cosa semplicissima. Se un grande investitore come quello cinese decide di liberarsi di una quota significativa di titoli del Tesoro americano, la domanda di quei titoli si riduce. Questo significa che quello strumento finanziario è meno ambito dal mercato e chi lo emette (il Tesoro americano per l’appunto) dovrà alzare i tassi di interesse per persuadere gli operatori. Questo si traduce in maggiori oneri per le casse pubbliche.
Un parallelo con il nostro Paese
Per comprendere ancora meglio la questione basta pensare a quello che accadde qualche anno fa nel nostro Paese quando l’emergenza “spread” troneggiava un po’ su tutte le prime pagine dei giornali. Lo spread indica la differenza di rendimento fra un titolo italiano e uno tedesco (preso a modello perché considerato quello più virtuoso, almeno sul suolo europeo). In quegli anni quella forbice si stava divaricando in misura eccessiva perché l’Italia, per convincere gli investitori a non abbandonare i nostri titoli pubblici, si vedeva costretta a corrispondere interessi molto elevati destinati, inevitabilmente, a gravare sui bilanci pubblici (e quindi su tutti i cittadini!). Uno scenario che oggi, sempre con riferimento all’Italia, appare lontanissimo visto che il nostro Paese pare aver recuperato la sua credibilità finanziaria.
Trump teme che l’Europa segua l’esempio della Cina
Il debito pubblico americano è enorme e un numero infinito di investitori ne è coinvolto. La questione è quindi molto complessa ma è chiaro che gli Stati Uniti temono un clima di sfiducia nei confronti dei propri titoli perché se è vero che la loro economia rimane il punto di riferimento centrale di tutto il globo è altrettanto indubbio che sopportare alti tassi di interesse non è piacevole per nessuno. Negli ultimi tempi, gli stati europei schieratisi contro l’annessione della Groenlandia sono stati minacciati da Trump con un possibile rialzo dei dazi doganali. Per ritorsione, dagli entourages di questi stati è trapelata la possibilità di liberarsi dei titoli sovrani statunitensi. Mossa al momento solo accennata ma che ha visto l’immediata reazione del presidente americano: segno che questa leva è temuta da Trump e può indurre il capo della Casa Bianca a correggere la sua aggressiva politica estera.
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