Alex Pretti, ucciso dall’ICE: quando la violenza diventa sistema

Pubblicato il 26 gennaio 2026 alle ore 11:17

di Massimo Gervasi

Sparato a distanza ravvicinata. Ucciso sul colpo. Alex Pretti è morto così, in pochi secondi, per mano di agenti dell’ICE, l’agenzia federale statunitense per il controllo dell’immigrazione. Cinque secondi, dicono le ricostruzioni. Cinque secondi che raccontano molto più di un singolo episodio: raccontano un clima, una cultura, un sistema.

Secondo la versione ufficiale fornita da Gregory Bovino, dirigente dell’ICE, Pretti si sarebbe avvicinato armato, avrebbe opposto resistenza violenta al tentativo di disarmarlo e uno degli agenti avrebbe sparato per legittima difesa. Una ricostruzione lineare, quasi rassicurante. Peccato che sia contraddetta da testimoni oculari. Un testimone afferma che Alex Pretti non aveva alcuna arma in mano. Un medico presente sul posto sostiene che non vi sia stato alcun tentativo reale di rianimazione, nonostante le dichiarazioni ufficiali parlino di soccorsi prestati.

I fatti, quelli nudi e crudi, raccontano altro. Alex Pretti indossava occhiali da sole, un cappello da baseball nero, era solo in mezzo alla strada. Nella mano destra teneva qualcosa di ben visibile, non un’arma: un telefono. L’altra mano era vuota. È vero, aveva una pistola in tasca. Ed è altrettanto vero che, in Minnesota, il porto d’armi è consentito dalla legge. Questo è il contesto giuridico. Ma il contesto politico e culturale è ben più ampio e inquietante.

Parliamo di un’“euforia della violenza”, di squadre legittimate a usarla, non solo esplicitamente dalla legge, ma implicitamente da un clima politico che la tollera, la giustifica, talvolta la esalta. Un clima reso possibile, e in certi momenti persino incoraggiato, da un presidente degli Stati Uniti che ha definito patrioti coloro che esercitano questa violenza in nome dell’ordine e della sicurezza. È qui che la vicenda di Alex Pretti smette di essere un fatto isolato e diventa un simbolo.

L’esecuzione di un civile all’interno della propria comunità, da parte di apparati dello Stato, è qualcosa che associamo istintivamente a regimi sanguinari, a sistemi dai quali diciamo di voler prendere le distanze. Eppure, quando accade nelle democrazie occidentali, tendiamo a voltare lo sguardo, a rifugiarci nella narrazione della “legittima difesa”, della “procedura”, dell’“errore inevitabile”. Così facendo, normalizziamo l’eccezione, finché l’eccezione diventa regola.

Oggi dovremmo ricordare Alex Pretti proprio per questo: perché nessuno possa fingere di non aver visto. Perché la sua morte non venga archiviata come un incidente di percorso. Perché non sia avvenuta invano.

Ma la domanda non riguarda solo gli Stati Uniti. Riguarda anche noi, l’Europa, l’Italia. In un contesto internazionale sempre più instabile, è il momento di chiederci quali rischi, anche a medio termine, comporti una fedeltà acritica a modelli securitari fondati sulla forza e sull’impunità. L’Europa si sta attrezzando mentalmente a una cesura. Speriamo non solo mentalmente. Le porte dell’ascensore si chiudono e rischiamo di ritrovarci nel mezzo.

Nella politica internazionale, come spesso nella vita privata, si può ragionare all’infinito sugli altri, ma si può agire solo su sé stessi. E allora: chi siamo noi italiani in questa trasformazione? Chi vogliamo essere? Quanto siamo disposti ad assomigliare a un sistema che produce l’esecuzione di Alex Pretti come prezzo da pagare per una presunta sicurezza? Siamo disposti ad accettarlo? E soprattutto: per ottenere quale premio?

Non sono domande retoriche. Sono domande urgenti, attuali, necessarie. Lo dimostra anche il dibattito interno al nostro Paese, dove si invoca il ripristino dell’“autorità”, si alza il tiro chiedendo sempre più mani libere per le forze dell’ordine, fino a ipotizzare norme che evitino perfino l’iscrizione di poliziotti e carabinieri nel registro degli indagati. La presunzione di innocenza diventa così uno scudo preventivo, non una garanzia equilibrata.

Ricordare Alex Pretti significa interrogarsi sul confine sottile tra sicurezza e abuso, tra legalità e violenza di Stato. Significa decidere, oggi, da che parte stare. Perché domani potrebbe non esserci più il tempo di scegliere.

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