di Massimo Gervasi
Perquisizioni, sequestri, interrogatori. Non in un ministero qualunque, ma negli uffici del Garante per la Protezione dei Dati Personali, l’istituzione che dovrebbe vigilare su trasparenza, correttezza e legalità nell’uso dei dati dei cittadini.
La Guardia di Finanza entra, la Procura indaga, e sotto inchiesta finiscono i componenti del Collegio e lo stesso presidente Pasquale Stanzione. Non per un cavillo tecnico, ma per spese di rappresentanza, per acquisti personali addebitati all’Autorità, per mancate sanzioni milionarie a colossi tecnologici globali.
L’inchiesta nasce dopo i servizi di Report di Sigfrido Ranucci. Non dopo un audit interno, non dopo un controllo automatico, non dopo una verifica ministeriale. Nasce perché qualcuno ha guardato dove non si doveva guardare, ha fatto domande scomode e ha messo in fila i fatti. È questo, nel concreto, l’impatto del giornalismo d’inchiesta indipendente: non l’opinione, non il talk show, ma il controllo reale del potere.
Al centro delle indagini ci sarebbero spese per la carne acquistata dal presidente e addebitata al Garante, oltre alla mancata sanzione da circa 40 milioni di euro nei confronti di Meta per i Ray-Ban Stories, il primo modello di smart glasses finito sul mercato tra dubbi enormi sul rispetto della normativa privacy europea. Un’Autorità che dovrebbe essere il baluardo contro gli abusi delle Big Tech e che invece, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe scelto la strada dell’inerzia.
E qui il punto non è solo penale. È politico, istituzionale, democratico. Perché quando l’organo di garanzia smette di garantire, quando chi dovrebbe sanzionare chiude un occhio davanti a multinazionali da miliardi di fatturato, il messaggio è devastante: le regole non valgono per tutti.
Ma c’è un livello ancora più inquietante, che va detto senza ipocrisie. Grazie alle riforme volute dal ministro Carlo Nordio e dal governo Meloni, i quattro componenti dell’Autorità Garante della Privacy indagati dalla Procura di Roma per corruzione e peculato oggi rischiano molto meno di quanto avrebbero rischiato in passato, sia sul piano penale sia su quello contabile. Un sistema che, mentre predica rigore e legalità, finisce per alleggerire le responsabilità di chi sta ai vertici, anche quando si parla di Autorità indipendenti chiamate a tutelare i diritti fondamentali dei cittadini.
Sappiamo già come finirà. In Italia le inchieste spesso fanno più rumore all’inizio che alla fine. Tempi lunghi, responsabilità diluite, prescrizioni puntuali come un rituale. È lecito dubitare che ci sarà una condanna. È legittimo pensare che nessuno pagherà davvero.
Ma una cosa è certa: senza Report, senza il giornalismo che disturba, questa storia non sarebbe mai esistita. Sarebbe rimasta sotto il tappeto, protetta da silenzi istituzionali e riforme “tecniche” che, nella pratica, diventano scudi.
La consolazione, se così si può chiamare, è che qualcuno continua a smascherare. A raccontare. A rompere equilibri comodi. Perché in un Paese dove la giustizia spesso arriva tardi o non arriva affatto, la verità resta l’unica forma di difesa collettiva.
Ed è per questo che il giornalismo d’inchiesta non è un fastidio. È l’ultimo argine rimasto.
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