di Carlotta Degl'Innocenti
Da diversi mesi sono in corso scioperi dei giornalisti che chiedono a gran voce il rinnovo del contratto collettivo nazionale scaduto ormai da quasi dieci anni.
Lo scontro aperto tra la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI - sindacato dei giornalisti) e la Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG) si è inasprito lo scorso novembre con lo sciopero nazionale dei giornalisti. Con un'inflazione che ha eroso il potere d'acquisto del 20% dal 2021, il sindacato ha chiesto un aumento medio di 410 euro lordi per l'adeguamento degli stipendi. In tutta risposta gli editori ha presentato un “contratto a due velocità”, con un'offerta inferiore alla metà della cifra richiesta, condizionata a un taglio delle tutele (straordinari, scatti di anzianità e festivi) per i nuovi assunti.
Sul tavolo delle trattative emerge anche la necessità di aggiornare e tutelare le nuove figure professionali. Il testo attuale, fermo nell'impianto normativo al 2009, ignora le professionalità sempre più diffuse e centrali come social media manager, fact-checker o seo editor, nella maggior parte dei casi inquadrati con contratti meno tutelati.
A questo si aggiunge anche l’uso dell'Intelligenza Artificiale per cui laddove gli editori chiedono massima flessibilità, i giornalisti chiedono maggiori tutele e la difesa della qualità dell'informazione.
Il dibattito si è riacceso in occasione della conferenza stampa del 9 gennaio 2026, quando la FNSI ha organizzato un flash mob alla Camera per denunciare il blocco decennale del contratto giornalistico e l'erogazione di fondi pubblici agli editori.
Figuriamoci se non condivido il tema. Questo governo ha particolarmente a cuore il tema dei rinnovi dei contratti di lavoro. Lo abbiamo anche dimostrato con i contratti che dipendono da noi. Non mi è chiara la ragione per cui si faccia una mobilitazione in questo contesto, visto che la responsabilità in questo caso non è del governo - dichiarò la premier Giorgia Meloni, sottolineando che -noi possiamo fare moral suasion, è quello che stiamo facendo, è quello che continueremo a fare. Siamo dalla vostra parte su questo. Non dipende da noi. Non vorrei che ne venisse fuori l'immagine di una contestazione al presidente del Consiglio, tra l'altro su materie che non sono di competenza del presidente del Consiglio.
Da un lato la crisi strutturale dell'editoria cartacea, dall'altro la distanza delle richieste economiche.
Come la categoria è stata progressivamente marginalizzata
In questo scenario, è impossibile non ricordare come la categoria sia stata progressivamente marginalizzata. L'espansione dell'informazione digitale ha aperto la strada a migliaia di testate online che spesso si sono avvalse di collaboratori sottopagati, impreparati, costretti ad accettare compensi irrisori a fronte di ritmi lavorativi che ignorano orari, festività o straordinari. Portando ad una concorrenza sleale e a guadagni da capogiro per i proprietari delle testate online e a un sistematico tracollo della qualità dell'informazione, favorendo una informazione superficiale "usa e getta".
Per oltre vent'anni, il sistema dell'editoria digitale ha operato in un sostanziale vuoto normativo — si pensi alla tardiva regolamentazione dello smart working — privando giornalisti e pubblicisti delle tutele minime e obbligandoli, nella maggior parte dei casi, ad aprire Partite IVA per poter lavorare, per cui impossibilitati a dimostrare il rapporto di lavoro subordinato, senza ferie pagate o TFR. Persino l'avvento dell'Intelligenza Artificiale, ampiamente prevedibile, ha trovato i sindacati impreparati e in cronico ritardo. Resta un interrogativo di fondo: a chi è andato a vantaggio questo stallo?
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