Quando la politica si autoassolve: il caso Santanchè e il Paese delle due giustizie

Pubblicato il 15 dicembre 2025 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

La vicenda dell’emendamento da 8,9 milioni di euro destinati a un nuovo portale turistico legato al Ministero del Turismo, nonostante l’esistenza di "Italia.it", già costato milioni per risultati discutibili, è solo l’ultimo episodio di una lunga serie. Un episodio che porta un nome noto: Daniela Santanchè, ministra del Turismo, personaggio divisivo, spesso al centro di polemiche, indagini e accuse gravi, come:
Bancarotta fraudolenta, Falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dell’INPS; eppure sempre saldamente al proprio posto.

La foto diffusa dal quotidiano Domani sintetizza perfettamente il clima: un’aula parlamentare vuota, una ministra che posa senza arretrare di un centimetro, e un titolo che grida un’amara verità: “Le priorità? Sempre le loro.”
E questa è, purtroppo, la sensazione diffusa nel Paese: ci sono cittadini che vengono travolti da cartelle, sanzioni, errori burocratici, mentre la politica sembra godere di una corsia privilegiata, dove gli scandali non frenano le carriere, e le ombre non oscurano mai davvero la luce dei riflettori.

Il punto non è solo il merito dell'emendamento, discutibile da ogni prospettiva di buon senso, ma ciò che rappresenta: l’ennesima dimostrazione che in Italia esistono due percorsi, due pesi e due misure.

Da una parte c’è il cittadino comune, quello che sbaglia un F24, che si dimentica una scadenza, che interpreta male una norma fiscale, e si ritrova travolto da pignoramenti, interessi, sanzioni, iscrizioni a ruolo, blocco del conto corrente. Lo Stato non perdona, non aspetta, non giustifica.
Dall’altra parte c’è il politico noto, che può permettersi indagini, rinvii, scandali mediatici, conflitti d’interesse, buchi di bilancio, società fallite, fondi pubblici utilizzati in modo discutibile… e non solo resta al proprio posto: continua a gestire risorse, appalti, progetti, fondi pubblici.

Due pesi, due misure

In qualsiasi altro settore, privato o pubblico, un cittadino verrebbe sospeso o rimosso in attesa di chiarimenti. In politica, invece, basta una conferenza stampa o un silenzio strategico per superare la tempesta.

L’emendamento Gelmetti, cucito su misura, è l’ennesimo “regalo” pubblico che arriva in un Paese in cui: le famiglie non arrivano a fine mese, le bollette aumentano, la sanità perde pezzi ovunque, le infrastrutture cadono a pezzi, gli stipendi sono fermi da trent’anni e perfino i Comuni non riescono più a garantire i servizi essenziali.

E il governo cosa trova da fare? Regalare 9 milioni di euro per un portale turistico fotocopia, mentre quello già esistente non ha mai mantenuto le promesse. Il problema non è Santanchè in sé. È ciò che rappresenta: un sistema autoreferenziale, dove chi conta non paga mai davvero il prezzo delle proprie azioni.

Il cittadino onesto, quello che aprebottega la mattina, che paga tutto, che vive tra mille scadenze e zero privilegi, si chiede: “Perché a me sì, e a loro no?” Perché un imprenditore che sbaglia un documento viene massacrato, mentre un ministro può restare al suo posto anche con indagini aperte o scandali in corso? Perché chi gestisce soldi pubblici sembra non dover mai rispondere delle conseguenze? La risposta è semplice e dolorosa: perché in Italia esiste una politica che non è al servizio del Paese, ma al servizio di se stessa.

Questa storia non finirà con la Santanchè. Non è la prima, e non sarà l’ultima. Finché il Parlamento continuerà a proteggere se stesso invece dei cittadini, finché le priorità saranno gli amici e gli amici degli amici, finché i soldi pubblici saranno trattati come fondi privati, l’Italia resterà il Paese delle due giustizie. Una per chi governa. Una per chi lavora.
E noi, come sempre, continueremo a denunciare tutto questo. Perché la vera priorità dovrebbe essere una sola: il Paese reale, non il Paese dei privilegi.

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