di Massimo Gervasi
C’è un’Italia delusa e umiliata che non finisce nei comunicati stampa, nei sorrisi istituzionali e nelle dichiarazioni trionfali dei ministri. È l’Italia reale, quella che ogni giorno apre serrande, accende macchinari, compila fatture, combatte contro un sistema fiscale che sembra progettato per distruggere chi produce davvero.
E poi c’è l’altra Italia: quella dei palazzi, degli uffici romani, delle stanze ovattate dove si trattano miliardi come fossero bruscolini. La stessa Italia che, davanti a un colosso come Amazon, si ammorbidisce, rinuncia alla linea dura, archivia contestazioni miliardarie e si accontenta, sì avete capito bene “si accontenta”, di una transazione lampo da 723 milioni a fronte di rilievi che sfioravano i 3 miliardi.
Multinazionali vs piccole imprese italiane
E in tutto questo, c’è un dettaglio che rende la vicenda ancora più emblematica: l’intervento diretto del viceministro dell’Economia, Maurizio Leo e il direttore centrale dell’Agenzia, Vincenzo Carbone, che hanno comunicato le ragioni per le quali non è percorribile la tesi dei 3 miliardi nel pur apprezzato lavoro dei PM e della Guardia di Finanza di Monza.
È stato infatti proprio il viceministro a voler perfezionare questo accordo, quasi inchinandosi ai poteri forti e dimostrando una sorta di accondiscendenza politica verso una multinazionale americana. Come se questo accordo fosse, in fin dei conti, un gesto di riverenza politica verso gli Stati Uniti, un inchino all’America più che un’azione di equità fiscale.
Fatto sta che Amazon oggi firma un assegno da 511 milioni per il primo rilievo, più altri 212 milioni per la cosiddetta eterodirezione digitale dei lavoratori (che, tradotto, significa utilizzare personale italiano come se operasse all’estero per risparmiare imposte). Totale: 723 milioni.
Una cifra enorme per qualunque azienda italiana. Molto meno impressionante per un colosso che, solo negli ultimi 15 anni, ha investito 25 miliardi in Italia e dà lavoro a 19.000 persone. Intanto dicembre si preannuncia un mese d’oro per le grandi aziende : dopo Amazon, anche Campari sembra vicina a un accordo da 400 milioni.
E il paradosso resta sempre lo stesso: le multinazionali negoziano, ottengono sconti, chiudono con assegni comunque vantaggiosi.
Il messaggio che lo Stato manda è devastante: se sei una piccola impresa, ti martello. Se sei un gigante, ti tratto coi guanti.
Amazon: radiografia di un paese malato
Il caso Amazon non è solo una vicenda fiscale: è la radiografia di un Paese malato.
Un Paese in cui la politica ha smarrito il senso del proprio ruolo, piegata tra paure, sudditanza psicologica verso i grandi gruppi e incapacità strutturale di difendere l’interesse pubblico.
Mentre Amazon tratta, negozia e ottiene una via d’uscita conveniente, cosa succede nel frattempo alle nostre imprese?
Succede che il barista viene pignorato per un F24 in ritardo, l’artigiano riceve cartelle esattoriali per piccoli errori, e le piccole imprese vengono tartassate senza pietà.
Lo Stato forte con i deboli e debole con i forti non è credibile. Non è rispettabile. E soprattutto, non è giusto.
L’Italia non ha bisogno di nuovi slogan. Ha bisogno di coraggio, di verità, e di uno Stato che tratti tutti allo stesso modo. Fino ad allora, noi giornalisti scomodi, continueremo a denunciare.
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