di Massimo Gervasi
Tra propaganda, vecchi programmi della P2 e il grido d’allarme del Sostituto procuratore antimafia Antonino Di Matteo: così il Parlamento riscrive la Costituzione senza toccare il vero nodo della giustizia italiana.
La recente approvazione parlamentare della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è solo l’ultimo capitolo di una battaglia politica che va avanti da decenni. Già nel 1994 era nel programma del primo governo Berlusconi. Ma a ben vedere, l’idea risale a molto prima: era uno dei punti centrali del Piano di Rinascita Democratica della loggia P2. Coincidenze?
Il Parlamento ha votato, ma senza la maggioranza dei due terzi. Questo significa che la parola finale potrebbe spettare ai cittadini con un referendum confermativo, in un contesto già confuso e polarizzato.
Ma il punto è un altro: cui prodest?
A chi giova questa riforma?
Secondo molti operatori del diritto, il problema reale della giustizia italiana è la lentezza dei processi, la scarsità di personale, la mancanza di strumenti tecnologici e strutture adeguate. In questo quadro, separare le carriere serve a ben poco. È una scelta ideologica, non una risposta alle richieste di giustizia che arrivano ogni giorno dai cittadini.
A confermarlo con forza è stato il sostituto procuratore antimafia Antonino Di Matteo, che ha lanciato un monito chiaro:
“Separare le carriere indebolisce l’indipendenza della pubblica accusa. Non è un miglioramento, ma un rischio per l’autonomia della magistratura e per l’equilibrio democratico tra poteri dello Stato.”
E ancora:
“Dietro questa riforma c’è il disegno di rendere più controllabile la magistratura requirente. È un disegno che abbiamo già visto nella storia. E non porta mai a nulla di buono.”
“Si rischia di creare una giustizia a due velocità, due magistrature separate e diseguali, con un pubblico ministero sempre più subordinato all’esecutivo. È un’illusione credere che questo renda la giustizia più equa.”
Insomma, una riforma che piace al potere, ma che non risolve nulla per chi la giustizia la subisce o la aspetta. Il cittadino non vedrà processi più veloci, non avrà più diritti, né garanzie in più. Al contrario, si rischia una politicizzazione strisciante dell’azione penale, in un clima già compromesso dalla sfiducia generalizzata.
Una riforma pensata per il potere, non per la giustizia
Non è separando le carriere che si rende giustizia ai cittadini. È investendo su tempi certi, strumenti, assunzioni, semplificazioni. Ma di tutto questo nella riforma non c’è traccia.
La politica ha scelto ancora una volta la via simbolica, ideologica, propagandistica, lasciando irrisolto il vero problema: un sistema giudiziario che arranca, che non viene ascoltato, che rischia di diventare ostaggio della politica e non più baluardo della legalità.
In un Paese dove le verità scomode fanno paura, le parole di Antonino Di Matteo sono oggi più che mai necessarie.
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