di Massimo Gervasi
Un mondo che pretende di salvarsi... ma solo sulla carta.
Siamo entrati in un’epoca in cui tutto deve essere “green”, anche se di verde resta ormai solo il colore dei loghi e delle campagne pubblicitarie. L’Europa impone la corsa all’elettrico come fosse la panacea di tutti i mali, ma dietro questa scelta si nasconde una delle più grandi ipocrisie del nostro tempo.
Si chiede al cittadino di cambiare auto, di rinunciare al diesel o alla benzina, di riscaldarsi fino a 19 gradi, di ridurre i chilometri, di camminare “per il clima”. Ma mentre il popolo fa i conti con bollette e stipendi che non bastano più, altrove si spreca senza pudore.
Olimpiadi su neve artificiale, piste da sci illuminate di notte solo per far divertire i turisti, voli aerei vuoti per non perdere le slot, stadi climatizzati nel deserto, navi gigantesche che consumano carburante come piccole città.
E poi le follie dei miliardari che volano nello spazio “per svago”, mentre milioni di lavoratori devono rottamare un’auto che ancora funziona perché “non è abbastanza ecologica”.
Questa non è transizione, è contraddizione.
È un sistema che si traveste da ecologista ma che continua a privilegiare i potenti, le grandi aziende e i mercati globali, scaricando il peso delle proprie scelte sulle spalle dei cittadini comuni.
L’elettrico — così com’è imposto — non è un progresso, ma una tassa camuffata da modernità.
Un’ennesima mazzata sulle tasche dei contribuenti, costretti a pagare un cambiamento che arricchisce pochi e complica la vita di molti.
E allora la domanda resta aperta: Chi stiamo davvero salvando? Il pianeta o il profitto di qualcuno?
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