di Massimo Gervasi
C’era un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui riempire il carrello della spesa era un’operazione normale, persino banale. Oggi, invece, il carrello della spesa è diventato il termometro più spietato di una crisi che non accenna a migliorare. Rispetto a ieri, rispetto a qualche anno fa, le famiglie italiane sono scivolate in una realtà sempre più dura: non è solo l’inflazione a mordere, ma è un intero sistema che sembra averle lasciate indietro.
Oggi, fare la spesa è diventato un atto di bilancio quasi eroico. I prezzi di frutta e verdura sono aumentati in media del 20-30% rispetto a pochi anni fa, e chi prima riusciva a riempire un carrello oggi si ritrova a fare la spesa al discount, cercando le offerte come se fossero oro.
Chi ha bambini piccoli si trova a fare i conti con il raddoppio dei costi dei pannolini e dei beni essenziali, rendendo la vita familiare un lusso per pochi.
Le bollette sono triplicate, i mutui sono diventati un macigno, e chi prima poteva risparmiare oggi si aggrappa ai pochi euro rimasti.
Ma il vero paradosso è vedere italiani in giacca e cravatta in fila alla Caritas, famiglie monoreddito che un tempo si consideravano “normali” e che ora non riescono a pagare le bollette. A Roma, c’è chi va nei centri di assistenza solo per una doccia calda perché a casa il riscaldamento è un lusso che non ci si può più permettere.
E la sanità? È diventata un privilegio per pochi. Le liste d’attesa sono infinite,18 mesi per un intervento ordinario, e chi vuole curarsi subito deve pagare cifre imbarazzanti. È una sanità per i ricchi, o per i raccomandati, mentre la maggior parte degli italiani si arrangia come può.
Le piccole imprese italiane invece sono allo stremo: molti negozi e ristoranti aprono solo nel weekend, perché le bollette le stanno soffocando. Meglio tenere abbassata la saracinesca che rischiare di andare in perdita. E così, le luci delle nostre città si spengono, i negozi chiudono, e il tessuto economico locale si sfa.
Viviamo in un paese spaccato in due. Da una parte i nuovi poveri, che non riescono neanche a comprare i libri di scuola per i figli, dall’altra i ricchi, sempre più ricchi, che giocano con patrimoni nascosti all’estero. E chi sono questi “peperoni d’Italia”? Sono i politici e i dirigenti del servizio pubblico, che predicano austerità e intanto detengono il 60% degli immobili del paese, accumulano ricchezze e depositano all’estero per non farsi scoprire.
Il governo si loda, parla di successi, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti: gli italiani sono sempre più in difficoltà, indebitati, senza la possibilità di risparmiare. E se finora sono sopravvissuti lo devono ai vecchi risparmi, ormai quasi esauriti. Dove andremo a finire? Nessuno lo sa, ma di certo è ora di smettere di dare la colpa solo alle guerre o al covid. È ora che chi governa faccia un esame di coscienza.
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