a cura della Redazione
Arezzo. Sospesa dal Questore per quindici giorni l’attività di una sala scommesse, regolarmente autorizzata. La decisione a seguito di diversi controlli effettuati dall’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico, dai quali è emerso che l’esercizio continua ad essere abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose.
"Ancora una volta le istituzioni scelgono la strada più semplice: colpire chi lavora, invece di assumersi le proprie responsabilità. La sospensione per 15 giorni della sala scommesse di Arezzo, decisa dal Questore, è l’ennesimo segnale che lo Stato preferisce scaricare le colpe su chi fa impresa piuttosto che affrontare i problemi veri."
GERVASI pone degli interrogativi:
"Ma il titolare è uno dei pregiudicati? È coinvolto direttamente? Se la risposta è no, allora chiudere un’attività è un abuso."
"Chiariamo un concetto: un esercente che lavora in regola, con licenza e autorizzazioni, non può trasformarsi in poliziotto. Abbiamo già abbondantemente dato nel periodo Covid, quando ci hanno scaricato addosso compiti di controllo che non ci spettavano. Se alcuni clienti hanno precedenti o sono soggetti pericolosi, non è compito del titolare chiedere la fedina penale all’ingresso. L’ordine pubblico lo deve garantire lo Stato, non l’imprenditore."
Continua il rappresentante delle Partite Iva:
"La chiusura della sala scommesse decisa dal Questore appare come un modo per lavarsi le mani, scaricando la responsabilità su chi fa impresa, invece che garantire realmente la sicurezza. Oggi tocca alle sale giochi, domani ai bar, dopodomani ai circoli: basta che entrino due pregiudicati e l’attività viene sospesa. Risultato? Un esercizio che paga le tasse, dà lavoro e rispetta la legge viene penalizzato per colpe altrui."
"Questa non è prevenzione: è ingiustizia. E se passa questo principio, nessun esercente sarà più al sicuro."
A rendere il tutto ancora più grave è l’uso dell’articolo 100 del TULPS: una norma che, nella sua applicazione, si sta trasformando in uno strumento punitivo e irresponsabile.
"Si colpiscono le attività non perché abbiano commesso reati, ma perché lo Stato sceglie di scaricare di esse problemi di ordine pubblico che dovrebbero essere gestiti dalle istituzioni. Ancora una volta, le imprese vengono chiamate a metterci la faccia e il portafoglio, pagando in prima persona per colpe che non hanno."
"Le Partite Iva non possono essere trattate come un bancomat da spremere e come capri espiatori di una macchina istituzionale che non funziona. Se un’attività viene chiusa per decisione dello Stato, allora deve essere indennizzata. Gli imprenditori devono avere tutele, ammortizzatori sociali, garanzie come qualsiasi altro lavoratore."
E qui si apre un altro capitolo, Gervasi punta il dito anche contro le Associazioni di categoria:
"Le associazioni di categoria dove sono? Perché non difendono i commercianti, gli esercenti, gli imprenditori? Per paura di scontrarsi con le istituzioni? Per non intaccare equilibri e rapporti di convenienza? È un silenzio assordante, che lascia le imprese da sole."
Conclude Gervasi:
"Se chi dovrebbe rappresentarci non ha più il coraggio di alzare la voce, allora a farlo saremo noi. Perché difendere chi lavora non è una scelta politica: è un dovere morale."
"Io, a nome delle Partite Iva, dico basta: non accetteremo più che lo Stato punisca chi lavora in regola e manda avanti l’economia, scaricando su di lui colpe che appartengono solo alle istituzioni."
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