di Massimo Gervasi
A Venezia da gennaio a settembre sono state fermate circa 130 borseggiatrici. Denunciate, talvolta arrestate in flagranza. Risultato? Tutte a piede libero. Nel frattempo, solo nei primi sei mesi, la Polizia locale ha recuperato oltre 900 portafogli svuotati e nascosti in ogni anfratto della città. Una giostra che riparte ogni mattina, tra calli e vaporetti.
La scena quotidiana: tra turisti e borseggiatori
Il tacito assenso delle istituzioni
Perché restano fuori dal carcere
Il conto per la città
- Querela digitale per i turisti (deposizione digitale e tradotta in 24–48h);
- Arresto e misure cautelari: chiarire quando l’arresto è obbligatorio e quando è facoltativo, e prevedere misure immediate e proporzionate per la recidiva seriale (divieti di accesso reali e controllabili);
- Daspo urbano “vero” sui nodi caldi (pontili, vaporetti, Rialto–San Marco) con verifica elettronica e sanzioni automatiche in caso di violazione;
- Task force mista (Polizia locale–Questura–capitaneria) con nucleo dedicato ai flussi su vaporetti e banchine, orari a rotazione e bodycam.
Le domande de ILGIORNALISTASCOMODO (per politica e giustizia)
- A che servono 130 fermate se la misura cautelare è un miraggio?
- Perché 900 portafogli in sei mesi non attivano automaticamente una gestione straordinaria delle tratte più a rischio?
- È normale che chi segnala diventi imputato mentre chi ruba torna al lavoro entro poche ore?
- E soprattutto: che senso ha un sistema di pass d’ingresso se le borseggiatrici possono circolare liberamente senza?
Foto copertina a cura di Giacomo Donati
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