di Rita Bruno
Le terapie di conversione sono pratiche prive di fondamento scientifico che, attraverso manipolazione psicologica o coercizione, tentano di modificare l'orientamento sessuale o l'identità di genere di una persona. Condannate dalle principali autorità sanitarie internazionali, queste attività causano danni profondi, inclusi traumi, depressione e un elevato rischio di suicidio.
Oggi, il panorama europeo sta vivendo una fase cruciale di cambiamento verso la messa al bando totale di questi trattamenti, spinto dalla necessità di proteggere chiunque si senta costretto in un'identità o in un corpo che non rispecchia la propria natura profonda.
La svolta storica della Spagna
Il 25 giugno 2026, il Congresso dei Deputati spagnolo ha approvato una riforma del Codice Penale che segna un punto di svolta. Il provvedimento introduce pene detentive dai sei mesi ai due anni, oltre a sanzioni pecuniarie, per chiunque promuova o pratichi tali interventi.
Un elemento cardine della legge è l'esclusione del consenso della vittima come attenuante. Il legislatore ha riconosciuto che, data la natura coercitiva e manipolatoria di tali pratiche, il consenso non può mai essere considerato libero o consapevole. In attesa della ratifica definitiva del Senato, la legge mira a superare la frammentazione normativa, garantendo una protezione uniforme su tutto il territorio nazionale.
Il contesto europeo, un cammino verso l'uniformità
La Spagna si inserisce in un percorso di civiltà già tracciato da diversi Stati membri che hanno compreso la necessità di intervenire con la forza della legge. Malta è stata la pioniera assoluta nel 2016, adottando una legislazione all'avanguardia che tutela i cittadini sia nei contesti sanitari formali che in quelli informali. Sulla scia di questo esempio, altri Paesi hanno consolidato il loro impegno: la Germania, nel 2020, ha varato un divieto nazionale che protegge i minori e pone limiti rigidi anche per gli adulti, mentre la Francia, nel 2022, ha integrato nel proprio Codice Penale un reato specifico punibile con pene detentive fino a tre anni. Anche la Grecia, nello stesso anno, si è unita a questo fronte, vietando espressamente tali pratiche per i professionisti sanitari quando rivolte a soggetti vulnerabili.
L'Italia di fronte al vuoto legislativo
In Italia, a luglio 2026, la situazione rimane profondamente diversa e critica. Il Paese è ancora privo di una legge nazionale specifica e il dibattito pubblico è segnato da una forte polarizzazione politica. Mentre le associazioni per i diritti LGBT+ denunciano con urgenza l'esposizione di una vasta fetta di popolazione a queste pratiche, manca un consenso parlamentare trasversale per un divieto esplicito.
Attualmente, la protezione è delegata a tutele generiche, come la deontologia medica o le norme del Codice Penale ordinario. Rivelandosi spesso inadeguate a contrastare abusi perpetrati in contesti privati, lasciando un vuoto normativo che pone l'Italia in controtendenza rispetto ai suoi partner europei.
Verso un impegno sovranazionale
L'azione dei singoli Stati è supportata da una crescente pressione istituzionale. Dopo l'iniziativa popolare che ha raccolto oltre 1,2 milioni di firme, la Commissione Europea si è impegnata a varare, entro il 2027, una raccomandazione ufficiale rivolta agli Stati membri per il bando totale di queste pratiche.
Il Parlamento Europeo, nel suo rapporto sui diritti fondamentali 2025-2026, ha ribadito con forza che queste terapie costituiscono una violazione dei diritti umani.
Questo quadro normativo sovranazionale pone l'Italia di fronte a una sfida necessaria. Occorrerà tradurre la spinta europea in una proposta di legge interna che tuteli concretamente la dignità e l'integrità di ogni cittadino.
Uno sguardo al mondo, il coraggio oltre i confini
Mentre l'Europa compie passi fondamentali verso la tutela, non possiamo dimenticare che in altre aree del mondo la situazione è drammaticamente opposta.
In numerosi Paesi africani, come il Senegal, le persone che non si riconoscono nel genere assegnato alla nascita o che esprimono un'identità di genere fluida non godono di alcuna tutela. Purtroppo vivono in una condizione di costante pericolo. In contesti dove l'omosessualità e la dissidenza di genere sono penalizzate dalla legge, la lotta non si limita alla condanna delle terapie di conversione, ma diventa una battaglia quotidiana per la sopravvivenza.
Qui, la detenzione, le pesanti sanzioni pecuniarie e la violenza sociale rappresentano una realtà brutale che minaccia la vita stessa delle persone.
Il progresso legislativo europeo deve dunque fungere da faro.
La protezione della dignità umana non è una questione geografica o culturale, ma un diritto universale inalienabile. La speranza è che l'esempio di civiltà espresso oggi dalle nazioni europee possa alimentare un movimento globale che, partendo dalla messa al bando delle pratiche coercitive, porti finalmente al riconoscimento della libertà di essere se stessi in ogni angolo del pianeta.
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