Congedo parentale: la Svezia insegna, l'Italia arranca

Pubblicato il 3 agosto 2026 alle ore 07:00

di Rita Bruno

Da Stoccolma a Roma, il divario che pesa sulle famiglie. Il gesto che ha fatto il giro d'Europa. 

La Ministra Svedese per il Clima, Romina Pourmokhtari, si è presentata a una riunione del Consiglio Europeo con in braccio il figlio Adam. Un'immagine che ha fatto il giro del web e ha commosso l'opinione pubblica, ma che in Svezia rappresenta la più ordinaria delle normalità.  Nessuna madre lavoratrice, per quanto in posizioni apicali, è costretta a scegliere tra la propria professione e la genitorialità. 

In Italia, la stessa scena sarebbe stata quasi impensabile, e la ragione è tutta scritta nelle leggi sul congedo parentale.

Il modello svedese, cinquant'anni di parità

La Svezia è stata, nel 1974, il primo paese al mondo ad abolire la distinzione tra maternità e paternità, introducendo un congedo parentale unico e neutro rispetto al genere. 

Oggi il sistema garantisce 480 giorni, circa 16 mesi per ogni figlio, suddivisi in modo da tutelare entrambe le figure genitoriali. Novanta giorni sono riservati alla madre e non sono trasferibili e altri novanta sono riservati al padre con la stessa clausola di non trasferibilità. I restanti 300 giorni possono essere condivisi liberamente tra i due genitori secondo le esigenze della famiglia. 

La retribuzione è pari all'ottanta per cento dello stipendio per 390 giorni, con un massimale garantito dallo Stato attraverso l'Ente Försäkringskassan - l'Agenzia per la sicurezza sociale svedese, mentre gli ultimi novanta giorni sono pagati a una tariffa fissa di circa sedici euro giornalieri.

La forza del "usalo o lo perdi"

Il vero segreto del sistema svedese non sta tanto nella durata, quanto nel meccanismo della non trasferibilitàSe il padre non usa i suoi 90 giorni, la famiglia semplicemente li perde. Un incentivo strutturale che nel corso di mezzo secolo ha trasformato la cultura del lavoro e della cura, tanto che oggi i padri svedesi utilizzano circa il  30% dei giorni totali di congedo, uno dei tassi più alti registrati al mondo. 

La conseguenza culturale è profonda, in Svezia un padre che si prende cura del proprio figlio non è un'eccezione encomiabile, ma la norma sociale attesa.

L'Italia e uno squilibrio di uno a quindici

Il quadro italiano è profondamente diverso, quasi speculare. La legge riconosce alla madre cinque mesi di maternità obbligatoria retribuiti all'ottanta per cento, mentre al padre spettano soltanto dieci giorni di paternità obbligatoria, seppur retribuiti al cento per cento. 

Il congedo parentale facoltativo, fino a nove mesi complessivi, può essere condiviso tra i due genitori. Il rapporto tra il congedo obbligatorio del padre e quello della madre resta però di uno a quindici, un divario tra i più marcati dell'Unione Europea. 

Nel 2025 la Legge di Bilancio ha portato a 3, i mesi retribuiti all'ottanta per cento nel congedo parentale facoltativo, ma i mesi rimanenti sono ancora coperti solo al trenta per cento, una soglia economica che di fatto scoraggia molte famiglie dall'utilizzarli, in particolare quando è il padre, spesso percettore del reddito più alto,  a doverli richiedere.

La riforma bocciata a febbraio 2026

Il 24 febbraio 2026 il Parlamento italiano ha respinto, con 137 voti contrari e 117  favorevoli, la proposta di legge sul congedo paritario a prima firma Elly SchleinIl testo prevedeva cinque mesi di congedo obbligatorio anche per il padre, retribuzione al cento per cento a carico dell'INPS e non trasferibilità all'altro genitore, seguendo esattamente il modello scandinavo. 

Il "no" è arrivato senza nemmeno una discussione approfondita in aula. Il contesto politico ha preferito rinviare ancora una volta un tema considerato divisivo.  Eppure, le raccomandazioni europee e i dati economici indicano, nella parità genitoriale, una leva strategica per la crescita.

I numeri che raccontano il divario

Il divario legislativo si riflette con precisione nei numeri della realtà quotidiana. Il tasso di occupazione femminile è del 80% in Svezia, mentre in Italia si ferma al 52%, uno dei più bassi dell'intera Unione EuropeaIl coinvolgimento paterno nella cura raggiunge il 30% dei giorni utilizzati in Svezia, mentre in Italia resta marginale e statisticamente residuale.

L'abbandono del lavoro dopo il primo figlio, poi, è un fenomeno strutturale nel nostro Paese, mentre in Svezia è quasi inesistente. Sono dati che raccontano non un destino biologico, ma una scelta politica.

La società civile si mobilita

Nonostante il no del Parlamento, la società civile italiana non si è fermata. Da anni sono attive campagne promosse da UNICEF Italia con - Io voglio esserci -  da Movimenta insieme a Coop e Close The Gap con - Genitori #AllaPari, e più di recente una vera e propria iniziativa referendaria popolare che sta raccogliendo firme in queste settimane. L'obiettivo è riportare il tema al centro dell'agenda politica dal basso, senza dover attendere la buona volontà di una maggioranza parlamentare.

La petizione da conoscere: Pari alla Pari

Tra le mobilitazioni più significative del momento c'è Pari alla Pari , una campagna che porta in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare.  È fondata su quattro pilastri chiari : cinque mesi di congedo obbligatorio per ciascun genitore, retribuzione al cento per cento dello stipendio, congedo personale, individuale e non trasferibile, e piena parità di trattamento tra madri e padri.

Il fondamento scientifico solido 

I primi mille giorni di vita del bambino rappresentano una fase decisiva per lo sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale. La presenza attiva di entrambi i genitori in questa finestra temporale non è un lusso, ma un investimento sul futuro della persona e dell'intera società. La petizione si firma online con SPID o CIE in pochi secondi, direttamente sul portale del Ministero della Giustizia, sotto l'iniziativa numero 6900002, raggiungibile da questo link  https://www.pariallapari.it/

Una scelta di civiltà

L'immagine della Ministra Pourmokhtari con il figlio Adam al Consiglio UE non è soltanto una fotografia riuscita.  È il risultato tangibile di cinquant'anni di politiche pubbliche coerenti e di un patto sociale che ha messo la cura al centro dell'idea stessa di cittadinanza. 

L'Italia davanti a un bivio 

Continuare a scaricare il peso della cura quasi interamente sulle spalle delle madri, con tutte le conseguenze economiche e demografiche che ben conosciamo? Oppure optare per  il modello nordico, quello che non chiede alle donne di scegliere tra essere professioniste o  madri, restituendo ai padri il diritto, e insieme il dovere, di esserci davvero fin dai primi giorni ? 

Il calo demografico delle nascite, argomento del momento, ci possiamo chiedere a cosa potrebbe essere dovuto? Il Parlamento ha detto no una volta, nel febbraio del 2026, ma la partita, grazie alla mobilitazione dei cittadini e a strumenti come la petizione Pari alla Pari, è ancora tutta aperta.

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