di Massimo Gervasi
"L'Italia è ufficialmente morta." È una frase forte. Provocatoria ma basta guardare i numeri per capire perché sempre più persone arrivano a pronunciarla.
Per anni ci hanno raccontato che sarebbe bastato cambiare governo. Prima la destra, poi la sinistra, poi i tecnici, poi i populisti, poi ancora nuove promesse. Eppure il risultato è sempre lo stesso: il debito cresce, l'economia ristagna e i giovani continuano ad andarsene.
La matematica, a differenza della politica, non cerca voti.
Il debito pubblico italiano ha ormai superato i 3.100 miliardi di euro e, secondo le proiezioni del Governo e del Fondo Monetario Internazionale, l'Italia è destinata a diventare il Paese più indebitato dell'Unione Europea in rapporto alla propria ricchezza.
Nel frattempo l'economia cresce di appena lo 0,5%. Una crescita così debole da essere, nei fatti, quasi inesistente.
Il problema, allora, non è più chi guida il Paese, il problema è che la macchina è rimasta senza benzina da molti anni.
Negli ultimi trent'anni abbiamo provato quasi tutte le formule politiche possibili. Cambiano i volti, cambiano gli slogan, ma il bilancio dello Stato resta lo stesso e continua a presentare il conto.
E quel conto qualcuno dovrà pagarlo.
Intanto chi ha più possibilità sceglie di non aspettare. Nel solo ultimo anno oltre 156.000 italiani hanno trasferito la propria residenza all'estero, con un aumento superiore al 36% rispetto all'anno precedente. Più di 93.000 hanno tra i 18 e i 34 anni: sono i giovani, i professionisti, le competenze che dovrebbero costruire il futuro del Paese.
Ogni ragazzo che parte rappresenta un investimento perso: anni di scuola, università e formazione finanziati dall'Italia che produrranno ricchezza altrove. È una fuga di capitale umano che vale decine e decine di miliardi di euro.
Una volta emigrare significava chiudere definitivamente con la propria terra. Oggi basta un computer, una connessione internet e un volo di poche ore per vivere, lavorare e produrre reddito in un altro Paese restando vicini alla propria famiglia.
Per questo molti giovani non vedono più la partenza come una fuga, ma come un investimento sulla propria vita. Chi resta, invece, dovrà fare i conti con un sistema sempre più sotto pressione.
Quando uno Stato ha un debito enorme, una crescita quasi nulla e non può stampare moneta, le strade sono poche: aumentare la pressione fiscale, ridurre progressivamente la qualità dei servizi pubblici oppure continuare ad accumulare altro debito, rinviando il problema alle generazioni successive.
Sanità, infrastrutture, scuola e servizi mostrano già oggi segnali di crescente difficoltà.
Pensare che basti il prossimo governo per invertire improvvisamente questa tendenza significa ignorare la realtà dei numeri.
Questo non vuol dire smettere di amare l'Italia, vuol dire avere il coraggio di guardarla per quello che è: amare il proprio Paese significa pretendere verità, non illusioni.
Significa smettere di credere che basti uno slogan elettorale per cancellare decenni di problemi strutturali.
Naturalmente esistono ancora imprenditori che innovano, aziende che esportano, territori virtuosi e persone che costruiscono valore ogni giorno. L'Italia non è un Paese "finito". Ma è un Paese che rischia seriamente di compromettere il proprio futuro se continuerà a rimandare le riforme necessarie.
La vera domanda, quindi, non è se l'Italia sia morta ma quanto tempo abbiamo ancora prima che il conto diventi impossibile da pagare?
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