di Giacomo Pistolesi
Lo scorso 23 febbraio, il Ministro della Cultura ha firmato il decreto per la rideterminazione dei compensi per copia privata. Non è una buona notizia per i cittadini italiani, ma di cosa stiamo parlando?
Il “compenso per copia privata” è un sistema che sostanzialmente obbliga gli italiani a pagare una quota per il "diritto" di fare copie private di opere tutelate.
Quando si acquista un qualsiasi dispositivo dotato di memoria come PC, smartphone, hard disk o memory card, troviamo nel prezzo finale una maggiorazione che include questo compenso, che va alla SIAE in rappresentanza dei titolari dei diritti d’autore.
Attenzione perché un comune errore è chiamare questo compenso “tassa sulla pirateria”: in realtà in questo scenario non rientra lo scaricamento o copia illegale di contenuti, la cosa è ancora peggiore: si andrà a pagare una tassa legata ad un supporto o contenuto scaricato legalmente e su cui sono già stati pagati i diritti d’autore all’origine.
L’altra assurdità sta nel fatto che si presume che chiunque acquisti un supporto di memoria vuoto lo utilizzerà interamente per farci copie di opere audiovisive che già ha in casa, uno scenario che era improbabile in passato e che oggi nell’era dello streaming e dei servizi on demand risulta ancora più implausibile.
A peggiorare la situazione c’è il fatto che, come detto all’inizio, recentemente sono stati aumentati gli importi del compenso e sono stati estesi i casi e i servizi a cui verrà applicato.
Ha suscitato particolare scalpore l’estensione del compenso anche ai servizi di cloud, utilizzati praticamente da tutti e già integrati, ad esempio, alle nostre caselle email.
Il rischio è che in futuro i fornitori dei servizi cloud che oggi concedevano gratuitamente uno spazio di base possano renderlo a pagamento o disattivarlo per i soli utenti italiani perché, ricordiamolo, questa tassa non esiste per nessun alto paese al mondo né per gli apparecchi venduti fuori dall’Italia.
Già in passato è successo che molti produttori di smart tv abbiano intenzionalmente disattivato delle funzioni dei loro dispositivi solo per il pubblico italiano al fine di non dover pagare per ogni esemplare venduto un’ulteriore tassa.
Questo costo nascosto ad oggi costituisce un danno per l’utente finale non indifferente, quantificabile anche in decine di euro per singolo hard disk o altri supporti molto capienti, ed è un esempio di come la legge possa diventare un mero strumento di raccolta fondi, senza tenere conto della realtà tecnologica e del comportamento degli utenti.
Se l’obiettivo è proteggere i diritti d’autore, non basta imporre una quota basata su ipotesi che non si verificano nella pratica. Anche perché questa si trasformerà subito in un “auto-dazio” destinato a colpire il mercato interno e favorire quelli esteri.
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