di Rita Bruno
Nuova Zelanda, dalla dichiarazione indigena He Whakaputanga Moana (La scoperta oceanica) alla proposta di legge Tohorā Oranga Bill, nasce il tentativo di riconoscere alle balene non solo protezione, ma anche i loro diritti.
La balena attraversa gli oceani da milioni di anni, modella ecosistemi, orienta culture, abita l'immaginario umano molto prima che il diritto moderno decidesse chi meritasse voce e chi no. Da questa frattura tra la grandezza biologica del vivente e la piccolezza delle categorie giuridiche con cui lo trattiamo, nasce una delle grandi proposte più sorprendenti emerse negli ultimi anni: riconoscere alle balene una personalità giuridica.
In Nuova Zelanda questa idea ha preso il nome di Tohorā Oranga Bill. La proposta ha una concretezza disarmante: se le balene diventassero soggetti di diritto, non sarebbero più soltanto specie da proteggere entro margini compatibili con lo sfruttamento economico del mare. I loro interessi dovrebbero essere presi in considerazione nelle decisioni pubbliche che riguardano navigazione, pesca, sviluppo costiero e attività estrattive. In altre parole il mare smetterebbe di essere solo una piattaforma industriale tornerebbe a essere almeno in parte una comunità di vita con pretese giuridiche proprie.
Dalla dichiarazione indigena al Parlamento
Il passaggio decisivo avviene il 28 marzo 2024, a Rarotonga, nelle Isole Cook, quando leader Māori e del Pacifico firmano la dichiarazione He Whakaputanga Moana, la Whale Protection and Legal Personhood Declaration - Protezione delle balene e dichiarazione di personalità giuridica.
Non è un manifesto generico per la conservazione Marina. E' a tutti gli effetti una dichiarazione che riconosce le balene come essere senzienti, dotati di diritti inerenti e chiede rappresentanza legale, protezione dei corridoi migratori, aree marine protette, integrazione della mātauranga Māori - conoscenze olistiche dagli antenati - con la scienza e nuovi strumenti di governance oceanica.
La dichiarazione si fonda sul tikanga Māori, il diritto consuetudinario e la filosofia relazionale per cui le balene non sono oggetti biologici separati dagli umani, ma tūpuna -antenati- e taonga -tesori viventi.
In questa prospettiva, proteggere le balene non significa semplicemente impedire la loro estinzione ma significa riconoscere una relazione di responsabilità e reciprocità tra comunità umane, oceano e altre forme di vita.
Il 5 febbraio 2026, la dichiarazione viene resa pubblica a Waitangi in Nuova Zelanda e da quel momento il progetto entra apertamente in una fase di implementazione politica e giuridica, sostenuto dal programma More-Than-Human-Life MOTH della New York university e Project CETI - Cetacean Translation Iniziative.
Nel cuore del Parlamento
Dopo qualche giorno, il deputato verde Teanau Tuiono lancia il Tohorā Oranga Bill.
È il momenti in cui una cosmologia indigena, invece di restare ai margini del discorso pubblico come memoria culturale o spiritualità rispettabile ma inoffensiva, prova a entrare nel cuore dello stato: il Parlamento.
Il disegno di legge propone di riconoscere alle balene diritti intrinseci e di obbligare i decisori pubblici a considerare in una vasta gamma di procedimenti ambientali e marittimi.
Dare personalità giuridica alle balene non significa umanizzare. Il diritto attribuisce personalità giuridica a soggetti non umani come società trust, fondazioni, enti pubblici.
La Nuova Zelanda non parte da zero. Esistono precedenti di successo nel riconoscimento di personalità giuridica a entità naturali come il fiume Te Awa Tupua/ Whanganui River e il percorso di riconoscimento di Taranaki Maunga.
La personalità giuridica in sostanza serve nel riconoscere interessi propri a un'entità e di farle valere e tutelare attraverso rappresentanti.
Nel caso delle balene, questo vorrebbe dire che la loro libertà di migrazione, il loro comportamento naturale, la loro struttura sociale, il loro habitat e la rigenerazione degli ecosistemi danneggiati non sarebbero più meri obiettivi di policy ma principi giuridicamente rilevanti.
Il Green party riassume questi cardini in cinque punti che costituiscono l'ossatura del Tohorā Oranga Bill.
I sistemi attuali proteggono l'ambiente solo finché non ostacolano interessi economici più forti. Dare forza personalità giuridica all'ambiente cambia la logica: non si misura più in quanto danno è accettabile ma questo viola il diritto delle entità a esistere, prosperare e rigenerarsi.
Un oceano pieno di merci ma senza soggetti
Gli oceani sono diventati al tempo stesso autostrade e commerciali, infrastrutture energetiche, spazi di estrazione e territori di competizione geopolitica. Nel lessico della governance globale il mare appare spesso come corridoio logistico o deposito di risorse, raramente come spazio popolato da relazioni complesse che meritano tutela in sé. Le balene in questo quadro finiscono per essere trattate come variabili di compatibilità. La balena è un vincolo da gestire, non un soggetto con diritto di passaggio senza essere investito. Nel caso di personalità giuridica, la nave dovrà cambiare rotta e non loro a dover essere compatibili.
Inside Climate News richiama il peso delle collisioni con le navi, dell'inquinamento acustico, del cambiamento climatico e dell'intrappolamento nelle reti da pesca.
Il Pacifico Media Network (PMN) aggiunge che il disegno di legge nasce dalla constatazione che le attuali cornici normative faticano a garantire protezione adeguate a specie che subiscono pressioni crescenti da più fronti simultaneamente.
Il diritto internazionale del commercio sa proteggere investimenti, flussi, concessione e diritti economici con precisione chirurgica. Ma se si tratta di difendere una creatura migratoria la cui sopravvivenza dipende da migliaia di chilometri di oceano connesso, improvvisamente prevalgono l'incertezza, la frammentazione delle competenze e il rinvio.
È proprio in questo vuoto che il Tohorā Oranga Bill acquista una forza simbolica e politica che va oltre i confini della Nuova Zelanda.
Un cambiamento non astratto per l'oceano
Il governo dovrebbe considerare i diritti delle balene quando regola shipping, fishing, deep-sea mining - estrazione mineraria in acque profonde - e coastal development
- sviluppo costiero.
Si tradurrebbe in restrizione più severe sulle rotte navali nelle aree sensibili, limiti di velocità per ridurre i whale strikes - collisioni con balene -, controlli più stringenti sul rumore subacqueo, protezione più robuste per i corridoi migratori e vincoli aggiuntivi sulle attività di pesca.
Se le balene fossero riconosciute come soggetti di diritto la compatibilità di reti, stagioni di pesca, zone operative e autorizzazioni dovrebbe essere valutata prima, e in modo più severo rispetto all'impatto su migrazione, comportamenti naturali e integrità degli habitat.
Lo stesso ragionamento varrebbe per lo shipping: la rotta economicamente più efficiente potrebbe non coincidere più con quella giuridicamente più legittima.
Un altro aspetto che merita di essere detto con franchezza: chi guarda con sufficienza all’iniziativa Māori rischia di non capire dove si stia producendo oggi l’innovazione politica più interessante.
Per decenni il mondo industriale ha trattato i saperi indigeni come folklore morale da celebrare nei discorsi ma da ignorare nelle istituzioni.
Ora accade il contrario: sono proprio quelle cosmologie relazionali, reticolo dinamico di relazioni, interazioni e scambi di energia a offrire una delle poche cornici all’altezza della crisi ecologica. Non perché siano pure o incontestabili, ma perché rompono il riflesso più distruttivo del nostro tempo, l’idea che ciò che non parla il linguaggio del mercato non abbia voce nel diritto.
Il ruolo della politica
Si tratta di una proposta di legge, il suo cammino dipende dal sistema parlamentare neozelandese che decide quali proposte non governative arrivano al dibattito.
Questo rende il percorso incerto, anche in presenza di forte attenzione mediatica e sostegno da parte di attori Māori e ambientalisti.
Il sostegno esiste ed è radicato. Le balene sono parte della propria genealogia e vede nella proposta una traduzione giuridica di una relazione preesistente al diritto coloniale.
Ma l'altra faccia del confronto mostra l'irritazione o lo scetticismo di chi vede nella personhood o soggettività una frontiera eccessiva o un intralcio allo sviluppo.
La domanda non è soltanto se il Parlamento Neozelandese approverà questa legge ma qual è l'idea di futuro che è disposta a riconoscere?
Un futuro in cui il vivente entra nelle istituzioni come soggetto? Oppure un futuro in cui continuiamo a regolare la crisi ecologica con strumenti pensati per un mondo che presumeva natura infinita impatti reversibili?
Il fascino del Tohorā Oranga Bill è nell'obbligare la politica a dire apertamente da che parte del confine vuole stare.
Un'onda lunga oltre la Nuova Zelanda
Alla Conferenza delle Nazioni Unite sugli Oceani, la Principessa Angelika Lātūfuipeka di Tonga nel Pacifico meridionale, ha chiesto il riconoscimento dei diritti legali delle balene. Questa iniziativa è una delle numerose iniziative a favore dei diritti della natura promosse durante la conferenza.
Tonga si appresta a diventare il primo paese a riconoscere i diritti delle balene.
"I nostri antenati hanno sempre saputo che la balena custodisce il mauri - la forza vitale degli oceani - ed è il nostro principale indicatore di salute dell'oceano", ha affermato Takoko, che è di origine indigena Māori, sottolineando che "se c'è abbondanza di balene, c'è abbondanza di tutta la vita marina."
I diritti delle balene
Se le balene ottengono diritti, non cambia soltanto il modo di proteggerle ma cambia la grammatica stessa con cui si distribuisce potere nello spazio marino. Per una serie di settori abituati a negoziare con lo stato principalmente in termini di autorizzazione, mitigazione e compensazioni sarà un cambiamento di paradigma.
Motivazione per cui la proposta suscita interesse ben oltre il perimetro ambientalista.
La stima è che almeno 300.000 balene e delfini vengano uccisi ogni anno a causa delle catture accidentali nella pesca mentre altri soccombono a una miriade di minacce, tra cui il trasporto marittimo e la perdita dell'habitat.
La domanda scomoda che resta oltre l'approvazione di questo disegno di legge è su quale base continuiamo a negare in partenza la personalità giuridica a creature senzienti, sociali, migratorie ed ecologicamente decisive?
Questo riguarda il nostro rapporto con tutto ciò a cui abbiamo abituato il diritto di chiamare ambiente, una parola che spesso suona neutra.
L'iniziativa Māori prova a spezzare proprio questa cornice e non chiede soltanto più tutela ma una redistribuzione della voce. Il diritto è costretto a riconoscere che il mondo vivente non può più essere trattato come sfondo muto della storia umana.
Consulta anche: whaledeclaration
Ultimi Articoli pubblicati
Famiglia nel bosco; atteso il ricongiungimento
di Carlotta Degl'Innocenti
Grosseto, vittima di stalking: ex compagno rinviato a giudizio
di Redazione
Grosseto, ospedale della Misericordia: la gente ha paura del sottopassaggio e attraversa la strada senza strisce pedonali
di Tania Amarugi
Porno online, Australia stringe davvero. E in Italia? Far west digitale e giovani lasciati soli
di Massimo Gervasi
Orto botanico di Torino, il verde diventa inclusivo: parte il primo corso per ipovedenti
di Rita Bruno
Quando il mare entra in tribunale, la sfida del Tohorā Oranga Bill: riconoscere alle balene la personalità giuridica
di Rita Bruno
Aggiungi commento
Commenti