Quando istituzionale da parola valigia diventa una foglia di fico

Pubblicato il 23 febbraio 2026 alle ore 21:30

di GiandomenicoTorella

Istituzionale. Bell’aggettivo. È un po' di tempo che è balzato alla ribalta con maggiore forza di quello che  era riuscito a fare solo “petaloso” che lo si trovava dappertutto.  

E’ una parola valigia. Una parola che racchiude, storicamente, sociologicamente, nella sua origine giuridica  e pure semanticamente tante sfumature, ambiti di applicazione corretta. Ma come tutte le parole "valigia" si  presta ad un uso improprio. Di getto facendo il gioco delle associazioni di idee a un qualcosa di “istituzionale” ci viene in mente un palazzo dove si esercitano funzioni pubbliche, a una norma basica della  nostra connivenza civile, a un soggetto che rappresenta lo stato, il potere, il giusto, il bene comune. E’ un aggettivo tutto sommato positivo, una coperta calda che rassicura.  

L’imbarbarimento della percezione del significato che è sotto gli occhi di tutti nasce dalla deriva pseudo liberista dell’uso che oggi se ne fa. Banalmente c’è una deriva che inverte il fine col mezzo. Più propriamente la tattica con la strategia.

Chiarendo la tattica è il risultato di insieme che si prefigge un capo  di stato maggiore, la strategia è cosa materialmente fa per vincere, battaglia dopo battaglia la guerra. La  prima è composta da idee, la seconda da cannonate e morti. Invertirle è un ossimoro, l’ennesimo.

L’istituzione, la rappresentanza sono strategia. La vera tattica è scritta, generalmente, nella costituzione. La  derivazione diretta da costituzione a istituzione non è casuale. Il “popolo” quello che ha la “sovranità”  detta le norme e l’istituzione le mette in pratica. Quando poi le norme vanno cambiate, si riscrivono e  l’istituzione riaggiusta la tattica.  

Mischiare o invertirle genera un disastro. E come si fa a capire che questo ossimoro strisciante si sta  concretizzando?  

Dalla comunicazione, per esempio. Prendiamo due comunicati di un comune, pubblicati a distanza di mesi e che hanno attinenza allo stesso argomento. Confrontiamoli sia per trovare le assonanze sia per vedere come si siano evolute le parole chiave.

Sia in marketing che nella comunicazione della pubblica amministrazione, ovviamente, si cerca di focalizzare l’attenzione su aspetti da evidenziare, su quello che si vuole rimanga del messaggio, insomma  su quello che si vuole vendere.

L’eccesso di ripetizioni e il disancoraggio della parola dal suo significato principale sono tra i più vecchi trucchetti da manuale per indirizzare l’attenzione.

Torniamo ai due  comunicati. La ripetizione ridondante dei termini “istituzionale”, “strategico”, l’uso autocelebrativo del termine “amministrazione”, il rimarcare ossessivamente il nome del fautore dell’iniziativa sono segnali che di comunicazione si tratta ma non quella che sarebbe definibile “istituzionale”. E’ tutt’altro: è l’uso strumentale della istituzione è finalizzato non in termini strategici ma puramente tattici. Insomma chi lo ha ideato, chi lo ha utilizzato come strumento comunicativo “vendeva" qualcosa. Dalla valigia, quindi, può uscire altro rispetto a quanto dovrebbe esserci . Vediamo cosa potrebbe uscire. Molte cose pubbliche sono strettamente legate a chi le ha ideate o, per le leggi, chi le ha proposte. In Italia  se si dice Legge Bossi-Fini , anche le pietre sanno che si tratta di una norma sugli stranieri, lo stesso per la Bucalossi (aree edificabili) Legge Mancino (sui crimini di scrimatori e d’odio) e via discorrendo. E’ una personalizzazione, una identificazione a posteriori, dopo che la proposta è diventata Legge.

Ciascuno dei  mille esempi del genere non ha costruito la sua carriera su una legge che, se non fosse stato già  parlamentare, non avrebbe potuto neppure presentare. Istituzionale nei due esempi precedenti è invece  intesa in senso inverso.

L’istituzione è lo strumento attraverso il quale l’agente attivo intende acquisire quella posizione, appunto, istituzionale o maggiormente istituzionale per legare il suo nome (e/o quello  del team che lo affianca) raggiungendo una posizione istituzionalmente idonea per fini diversi da quelli oggetto della comunicazione.

Banalizzando, l’istituzione è il tram che il soggetto (da un punto di vista  comunicativo) prende per andare da punto A a punto B. Il guaio per l’istituzione è che il Punto A è estremamente palese anzi è la base stessa della comunicazione, è strategicamente alla base di questa, ma il punto B non è dichiarato, come ogni buon generale sa di non dover pubblicizzare la sua tattica. Questa povera valigia da contenitore in viaggio diventa lo sgabello sul quale salire per arrivare al ramo più  in alto dell’albero altrimenti se non proibito di difficile raggiungimento.

Si può impedire questo uso strumentale dell’istituzione? Si, si può. Si può, per esempio, prestare attenzione a quante volte in un testo o in un discorso ricorrano le stesse parole e non è difficile. Si può prestare attenzione all’uso  semanticamente corretto o appropriato o meglio ancora più o meno neutro di queste parole. Scindere  sempre il messaggio (il “cosa ha voluto dire?”) dal come l’ha detto. Il difficile è riuscire a individuare l’uso sistematico di figure retoriche. La metafora usata intensamente è un campanello d’allarme, il montare il tono ( climax) sottolineando nel testo con sempre maggiore enfasi un aspetto è segnale che dietro quella  cortina si nasconde qualcosa di non gradevole. Il continuo e sistematico appello ai sentimenti alla  drammaticità, l’eccesso di pathos (iperbole), è un chiaro segnale che si sta parlando “ alla pancia” delle  persone e non alla testa. Fare appello sistematico all’”identità” alla “ patria” alle “ tradizioni e altri  argomenti simili, inclusivi per definizione, sono significativi di una povertà di argomentazioni concrete,  magari divisive , ma che indicano una posizione netta ma che aprirebbero la porta alle argomentazioni  contrarie e questo per un comunicatore non è auspicabile , anzi è un danno.  

Concludendo: l’istituzione è neutra e tale deve essere. L’istituzione è il fondamento della società e non il fine da perseguire. Artifici retorici, polarizzazioni, culto della personalità del rappresentate (pro tempore,  sempre pro tempore) dell’istituzione sono segnali che quella non è comunicazione istituzionale, pur essendo su canali istituzionali si chiama in un'altra maniera: propaganda. O vendita. Quel soggetto che ne  fa uso sta vendendo e non gestendo. E non è la stessa cosa.

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