Fare il Caregiver non è una scelta economica ma una necessità: il 27 gennaio gli invisibili scendono in Piazza 

Pubblicato il 19 gennaio 2026 alle ore 07:00

 di Massimo Gervasi

Dopo dieci anni di annunci, tavoli tecnici, promesse e rinvii, il Governo approva in Consiglio dei Ministri il disegno di legge sui caregiver familiari.

La ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli parla di “punto fermo”, di “risorse certe”, di “riconoscimento della dignità”. Ma fuori dai palazzi, nelle case dove la disabilità non conosce orari né pause, il giudizio è molto diverso: questa legge non riconosce, seleziona. Non tutela, esclude. Non libera, incatena.

Cosa prevede davvero il DDL Locatelli

Tolto il linguaggio istituzionale, il testo approvato dice questo:

•riconoscimento del caregiver solo se convivente e “prevalente”;
•almeno 91 ore settimanali di assistenza (oltre 13 ore al giorno);
•ISEE sotto i 15.000 euro;
•reddito personale sotto i 3.000 euro annui;
•contributo massimo: 400 euro al mese, erogati trimestralmente;
•risorse: 257 milioni l’anno (2026–2028);
•i primi soldi non prima del 2027.

Tradotto: per essere aiutato devi essere povero, disoccupato e totalmente assorbito dalla cura. Se provi a lavorare, perdi il diritto. Se resisti economicamente, sei escluso. Se chiedi di essere sostituito, non rientri nel modello.

Da anni i caregiver vengono raccontati come “angeli”, “eroi”, “figure mosse dall’amore”.
Una narrazione comoda, perché l’amore non si paga, mentre infermieri, OSS, fisioterapisti sì.

Eppure i caregiver fanno tutto questo:

•assistenza h24;
•gestione farmaci e macchinari;
•burocrazia sanitaria e sociale;
•rapporti con ASL, INPS, Comuni;
•spesso pagando medici privati perché l’ADI arriva dopo mesi.

Lo Stato risparmia miliardi grazie a loro. In cambio offre 400 euro e una piattaforma INPS.

Il nodo più grave: incentiva a non lavorare. 

L'assistenzialismo punitivo

Il limite di 3.000 euro annui di reddito personale è forse l’aspetto più devastante della legge. Significa una cosa sola: se lavori, perdi il diritto. È l’ennesima forma di assistenzialismo punitivo: non valorizza la cura, non riconosce il lavoro, trasforma il caregiver in un soggetto economicamente dipendente.

Altro che dignità. È una trappola sociale.

I caregiver non vogliono essere “celebrati”. Vogliono essere sostituiti. Questa è la verità che la politica fatica ad accettare. Molti caregiver non vogliono assistere h24, vorrebbero poter scegliere, lavorare, avere una vita sociale e garantire alle persone con disabilità assistenza professionale, non forzatamente familiare.

Lo dice chiaramente il Manifesto della Vita Indipendente:

"La libertà delle persone con disabilità genera libertà anche per chi sta loro accanto."

Qui invece si fa il contrario: si lega la disabilità alla famiglia e la famiglia alla rinuncia totale.

Il DDL non prevede:

•contratto di lavoro;
•contributi pieni;
•pensione di garanzia;
•tutele previdenziali reali;
•servizi sostitutivi adeguati;
•riduzione seria della burocrazia.

Prevede invece controlli, soglie, requisiti, verifiche continue.

Ancora una volta il caregiver diventa un “caregiver amministrativo”, costretto a dimostrare ogni anno che la disabilità non è miracolosamente scomparsa.

Manifestazione a Roma il 27 gennaio 

Agli oltre 8 milioni di caregiver la piazza rimane l'ultimo spazio di ascolto: il 27 gennaio i caregiver scendono in piazza a Roma. Non per ideologia, ma per sopravvivenza. Per dire che: la cura è lavoro, la dignità non si misura con l’ISEE, non si può essere “buttati via” dopo anni di assistenza, non si può chiamare riforma ciò che lascia fuori milioni di famiglie.

Questo disegno di legge non è una conquista storica, è una risposta minima a un problema enorme, raccontata come svolta epocale.

Finché la cura resterà un affare privato, un rischio di povertà e una condanna silenziosa, ogni legge sarà incompleta.
E ogni applauso istituzionale suonerà come un insulto a chi, da anni, si sostituisce allo Stato senza ferie, senza stipendio e senza futuro

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