Enzo Tortora: Ricordare per non dimenticare

Pubblicato il 19 gennaio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Enzo Tortora era uno dei volti più amati della televisione italiana, un professionista serio, garbato, popolare come pochi.

Conduceva programmi seguitissimi come Portobello, capace di portare davanti allo schermo milioni di italiani, unendo intrattenimento e umanità, dando voce alla gente comune in un’epoca in cui la TV era ancora un servizio pubblico nel senso più autentico del termine. Era un simbolo positivo, riconoscibile, credibile.

Proprio per questo, quando venne arrestato nel 1983 con l’accusa infamante di appartenenza alla camorra e traffico di droga, l’impatto fu devastante: non solo su di lui, ma sull’intero Paese.
Tortora venne sbattuto in prima pagina, ammanettato davanti alle telecamere, trasformato da un giorno all’altro da uomo rispettato a colpevole mediatico, sulla base di dichiarazioni di pentiti poi rivelatesi inattendibili, contraddittorie, false. Un processo costruito con superficialità, fretta, presunzione di colpevolezza. Un’accusa precipitosa, tanto più grave perché rivolta a un personaggio pubblico, consapevoli che l’effetto mediatico sarebbe stato irreversibile. E infatti lo fu.

Dopo anni di calvario giudiziario, Enzo Tortora venne assolto con formula piena: non colpevole, innocente. Ma la giustizia arrivò tardi. La salute era compromessa, la dignità ferita, la vita spezzata. Morì poco dopo, consumato non solo dalla malattia, ma da un’ingiustizia che lo aveva schiacciato sotto il peso dello Stato.
E qui sta il punto che ancora oggi fa male. Perché mentre Tortora pagò tutto, con la carriera, con la salute, con la vita, chi sbagliò non pagò nulla. I magistrati che portarono avanti quell’impianto accusatorio fragile, che non ebbero remore nell’essere precipitosi, che non dubitarono davanti all’enormità di ciò che stavano facendo, non subirono conseguenze. Al contrario, molti di loro ebbero carriere brillanti, arrivando ai vertici della magistratura, con incarichi prestigiosi e riconoscimenti istituzionali. Nessuna macchia. Nessuna sanzione. Nessun vero prezzo.
Paradossalmente, l’unico a non ricevere gratificazioni o avanzamenti di carriera degni di nota fu proprio chi contribuì a ristabilire la verità: chi assolse Tortora, il giudice d'appello Michele Morello.
Chi ebbe il coraggio di andare contro la narrazione dominante, di rimettere al centro i fatti, di riconoscere l’errore. Nessun applauso, nessuna celebrazione, nessuna carriera folgorante. Il silenzio.

Questo non è un attacco alla magistratura come istituzione. È una denuncia di un sistema che non distingue tra errore e responsabilità, che protegge se stesso anche quando sbaglia in modo clamoroso. Errare è umano, certo. Ma perseverare, rimuovere, far finta di nulla mentre l’innocente viene distrutto, non è più giustificabile. Soprattutto quando l’errore diventa un trampolino di carriera anziché un momento di riflessione.
Il caso Tortora non è solo una pagina nera del passato. È un monito attuale. Perché una giustizia che non sa chiedere scusa davvero, che non sa fermarsi davanti ai propri errori, è una giustizia che rischia di ripeterli. E ricordare Enzo Tortora oggi non è un esercizio di memoria: è un dovere civile. Per non dimenticare. Per non accettare che chi distrugge una vita possa continuare come se nulla fosse accaduto.

"Io sono innocente. Lo grido con tutta la forza che ho. Spero che lo siate anche voi."

(Enzo Tortora rivolgendosi al giudice istruttore Giorgio Fontana)

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