di Massimo Gervasi
In Italia esiste una strage che non fa rumore, non apre i telegiornali, non ferma il traffico e non provoca indignazione collettiva. È una strage silenziosa, costante, quasi accettata.
Nel solo 2025 sono morte 414 persone senza fissa dimora, un numero in aumento rispetto all’anno precedente, un dato che racconta molto più di quanto si voglia ammettere. Muoiono uno alla volta, lontano dagli sguardi, spesso in un angolo di strada, sotto un ponte, in un parco, in un edificio abbandonato. E quando succede, nella maggior parte dei casi, la notizia dura lo spazio di poche righe.
Si muore soprattutto d’inverno, quando il freddo diventa il colpo finale su corpi già provati da malattie, dipendenze, solitudine e abbandono. Tra inverno e primavera si concentra oltre metà dei decessi. Le cause sono quasi sempre le stesse: malori, patologie non curate, abuso di sostanze, incidenti, traumi, a volte suicidi. È una morte lenta, prevedibile, che nessuno può dire di non conoscere.
Le vittime sono quasi sempre uomini, spesso stranieri, ma crescono anche i numeri degli italiani. L’età media racconta due realtà diverse: chi arriva da fuori muore giovane, chi è italiano spesso arriva a un’età avanzata dopo una lunga discesa ai margini. Eppure il risultato non cambia: la strada diventa l’ultimo indirizzo.
Il giovane senza tetto di Arezzo morto a Firenze
In questo scenario si inserisce la storia di un ragazzo di 25 anni, originario di Arezzo, senza fissa dimora, morto a Firenze dopo essere stato trovato in arresto cardiaco sotto un ponte. È rimasto in coma per diciassette giorni all’ospedale di Careggi, poi la morte cerebrale. Una vita fragile, probabilmente segnata da solitudine e difficoltà profonde, come tante altre che incrociamo ogni giorno senza guardare davvero. Ma questa storia ha qualcosa che rompe lo schema.
Quel ragazzo, giovanissimo, aveva espresso in vita la volontà di donare i propri organi. Una scelta lucida, consapevole, fatta come se la morte fosse già una possibilità concreta, nonostante i suoi 25 anni. Una decisione che è stata rispettata. Nel momento in cui la società lo aveva lasciato ai margini, lui ha scelto di restituire qualcosa, di trasformare la propria fine in una possibilità di vita per altri.
È qui che crollano le narrazioni comode, i giudizi rapidi, le frasi pronunciate senza sapere. In un tempo in cui i senzatetto vengono spesso descritti come un problema da allontanare, una presenza da evitare, un fastidio urbano, questo ragazzo ha dato una lezione che pesa come un macigno. Ha dimostrato che la dignità non dipende da una casa, da un lavoro o da un indirizzo. E che l’umanità può sopravvivere anche dove tutto il resto è stato tolto.
Mentre si discute di decoro, sicurezza e ordine, 414 persone sono morte in silenzio in un solo anno. E tra loro c’era anche un ragazzo di Arezzo che, nel momento più buio, ha pensato agli altri. Forse il vero scandalo non è la sua vita finita sotto un ponte, ma il fatto che serva una morte per accorgerci che davanti avevamo una persona. E che, senza saperlo, stavamo giudicando qualcuno capace di un gesto più grande di molti che puntano il dito.
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