di Massimo Gervasi
In un’Italia dove la discrezionalità del potere statale giunge spesso a sfiorare l’arbitrio, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha finalmente fatto sentire una voce forte e chiara: lo Stato non può mettere sotto controllo i conti correnti dei cittadini con tale leggerezza.
La sentenza depositata l’8 gennaio 2026 riguarda il caso di due cittadini italiani che tra il 2019 e il 2020 hanno scoperto che l’Agenzia delle Entrate, senza alcun controllo preventivo di un giudice o di un’autorità indipendente, aveva richiesto alle loro banche tutti i dati sui conti correnti, le transazioni e le operazioni finanziarie, per periodi fino a due anni.
La Corte di Strasburgo non ha usato mezze parole: il quadro giuridico italiano concede al Fisco una “discrezionalità illimitata” e non garantisce nessuna protezione procedurale efficace per il contribuente.
Secondo la CEDU l’Italia ha violato l’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che tutela il diritto alla vita privata e familiare. Il ragionamento è limpido: l’accesso indiscriminato ai dati bancari costituisce un interferenza grave con la sfera privata dei cittadini, e non possono bastare norme generiche o vuoti procedurali a giustificarlo.
La Corte ha imposto a Roma di rivedere radicalmente la disciplina:
✔ il Fisco deve essere obbligato per legge a motivare ogni accesso ai dati;
✔ deve essere chiaro, tassativo quando e come può indagare;
✔ e soprattutto il contribuente deve avere una via di ricorso immediata e reale, non subordinata all’emissione di un avviso di accertamento o alla fine del procedimento fiscale.
L’attuale situazione, denunciata anche da osservatori e giuristi, è drammatica: molte norme (come quelle contenute nei DPR 600/73 e 633/72 e nello Statuto del contribuente) vengono interpretate in modo tale da permettere al Fisco di richiedere qualsiasi dato bancario senza che il contribuente abbia strumenti giuridici efficaci per opporsi prima che sia troppo tardi; sono migliaia le segnalazioni di cittadini e associazioni.
In altre parole, lo Stato può controllare il tuo conto corrente, verificare ogni movimento, ogni transazione, e magari anche anticipare sospetti di evasione, senza che tu possa fermarlo tempestivamente. Questo è ciò che la CEDU ha definito una violazione sistemica della privacy.
E la beffa più grande? Questo non è nemmeno un caso isolato, ma l’ennesima censura internazionale alla legislazione italiana in materia di controlli e verifiche fiscali, a conferma che il problema è strutturale e non emergenziale.
In un Paese dove l’apparato fiscale cresce di poteri ogni anno, con normative che consentono di esaminare transazioni bancarie e persino conti esteri nel nome della lotta all’evasione, la sentenza della CEDU suona come uno schiaffo alla discrezionalità incontrollata del Fisco. Ed è un monito: la lotta all’evasione non può trasformarsi in una forma di Grande Fratello fiscale, che sbircia, cataloga e giudica senza adeguate garanzie.
Se non cambiamo legge, se non ristabiliamo equilibrio tra potere dello Stato e diritti individuali, domani potrebbe essere ancora peggio. Per fortuna, almeno stavolta, qualcuno a Strasburgo ha deciso di dire basta
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