Giustizia a tre gradi, diritti a perdere: cosa succede davvero tra primo grado, appello e Cassazione

Pubblicato il 12 gennaio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Il sistema giudiziario italiano si articola formalmente in tre gradi di giudizio: Tribunale, Corte d’Appello e Corte di Cassazione, come previsto dal Codice di Procedura Civile e dall’articolo 111 della Costituzione, che garantisce il diritto alla doppia impugnazione e alla “ragionevole durata del processo”.


Tra la teoria e la pratica, soprattutto quando un cittadino o un’impresa si scontrano con un’amministrazione pubblica, esiste una distanza che i numeri e i fatti documentano in modo inequivocabile.

Nel primo grado di giudizio, quello territoriale, il processo è ancora legato ai fatti. Le parti sono presenti, le prove vengono valutate, il giudice è vicino al contesto economico e sociale in cui il conflitto nasce.
È in questa fase che il privato riesce più frequentemente a ottenere decisioni favorevoli anche contro enti pubblici, agenzie fiscali o amministrazioni.
Non è un’opinione: è un dato che emerge dall’osservazione delle pronunce e dalle stesse statistiche forensi. Il primo grado è spesso l’unico spazio in cui la giustizia appare ancora concretamente accessibile.

Nel secondo grado invece c'è l’inizio della distanza

Con l’Appello si esce dal territorio. Le cause vengono trattate a livello regionale, in Corti sovraccariche di fascicoli e con tempi medi che si allungano sensibilmente. Secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, già in questa fase molti procedimenti superano i 2 anni previsti come durata “ragionevole” dalla Legge 89/2001 (Legge Pinto).

È qui che molti avvocati segnalano un cambiamento netto:

  • minore attenzione al fatto concreto
  • maggiore peso alle formalità
  • rinvii per carichi di lavoro
  • sentenze che arrivano quando il danno economico è già irreversibile

La Cassazione: quando il fatto non conta più

Poi arriva inesorabile la Cassazione: quando il fatto non conta più. La Corte di Cassazione, con sede a Roma, rappresenta il terzo grado e giudica solo la corretta applicazione della legge, non i fatti.
Questo passaggio, previsto dall’ordinamento, ha però un effetto concreto documentato: l’ingiustizia sostanziale non è più rilevante se il rito è formalmente corretto.
I dati ufficiali mostrano che:

  • oltre il 50% delle pendenze in Cassazione riguarda contenziosi tributari
  • i tempi complessivi per una decisione definitiva possono superare i 2.000 giorni, cioè oltre 5–6 anni
  • circa il 9,6% dei procedimenti civili supera i limiti di durata fissati dalla Legge Pinto.

Nel frattempo il cittadino sostiene costi di domiciliazione a Roma, avvocati cassazionisti, contributi unificati più elevati e spese di trasferta e marche.

Lo Stato, invece, non ha scadenze, non ha costi personali, non chiude.

Le cronache locali documentano situazioni ormai strutturali:

  • prime udienze fissate a 12 mesi dal deposito
  • rinvii al 2029–2030 per testimonianze
  • carenze croniche di magistrati, soprattutto nei Giudici di Pacecause iniziate nel 2010 ancora pendenti oltre dieci anni dopo.

Non sono eccezioni: sono prassi segnalate dagli ordini forensi e riportate negli stessi report ministeriali.

Poi c'è la "Legge Pinto": ma è solo un rimedio teorico

La Legge 89/2001 riconosce il diritto a un risarcimento per l’eccessiva durata del processo. Ma anche questo strumento, nei fatti, diventa un ulteriore procedimento, con altri tempi, altri costi e altri giudizi. Un paradosso dentro il paradosso.

La frase “la legge è uguale per tutti” resta scolpita nelle aule.
I dati ufficiali, le norme vigenti e i casi documentati raccontano però un sistema in cui:

  • chi ha tempo e risorse resiste
  • chi è privato soccombe
  • la burocrazia diventa un fattore decisivo
  • il tempo sostituisce la giustizia.

Non è una denuncia ideologica.
È una cronaca fondata su numeri, leggi e fatti realmente accaduti.

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