Come liberarti dalle cartelle esattoriali con l’aiuto di un giudice

Pubblicato il 12 gennaio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

In Italia si continua a ripetere come un mantra che “le tasse vanno pagate”, sempre e comunque, come se il sistema fiscale fosse una macchina neutra, razionale, giusta per definizione. Ma la realtà che emerge dalle cartelle esattoriali racconta tutt’altra storia.

 

Milioni di atti di riscossione pendono sulle spalle di cittadini che non sono evasori, non sono furbi, non sono criminali fiscali: sono persone finite sotto la soglia di sopravvivenza economica.

Dietro quelle cartelle ci sono disoccupazione cronica, malattie, fallimenti personali, famiglie seguite dai servizi sociali, redditi inesistenti. Debiti spesso nati da importi modesti – un bollo auto, una multa, un tributo locale – e poi esplosi nel tempo per effetto di sanzioni e interessi, fino a diventare del tutto scollegati dalla realtà del debitore. È qui che entra in gioco una figura che il dibattito pubblico cita raramente: il giudice.

Non per fare regali, non per “condonare”, ma per fermare quello che in molti casi diventa accanimento fiscale. Perché quando un credito è formalmente valido ma concretamente inesigibile, lo Stato non sta esercitando giustizia: sta solo prolungando una finzione burocratica che non produrrà mai gettito e distruggerà definitivamente chi è già ai margini.

Negli ultimi anni la giurisprudenza tributaria e civile ha iniziato a tracciare una linea chiara: non tutto ciò che è iscritto a ruolo deve essere riscosso a ogni costo. Esiste un principio superiore, sancito anche dalla Costituzione, che è quello della capacità contributiva reale e della proporzionalità dell’azione pubblica. Continuare a inseguire con pignoramenti, fermi amministrativi e cartelle chi non possiede nulla non ha alcuna funzione economica né sociale.

Il nodo centrale non è il “non voglio pagare”, ma il “non posso pagare”. Una distinzione che il sistema fiscale tende sistematicamente a ignorare, mettendo sullo stesso piano l’evasore seriale e il cittadino in stato di indigenza. Eppure, sempre più giudici stanno affermando un principio scomodo per la macchina della riscossione: quando il debito nasce dalla povertà e non dal dolo, lo Stato deve fermarsi.

Ed è qui che entra il riferimento normativo spesso ignorato o volutamente tenuto fuori dal dibattito pubblico. La possibilità di arrivare all’azzeramento dei debiti non nasce da una scorciatoia, ma da una legge precisa: la Legge n. 3 del 2012, oggi confluita nel Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, conosciuta come legge sul sovraindebitamento. Una norma pensata proprio per le persone fisiche, i piccoli debitori, i cittadini non fallibili che si trovano schiacciati da debiti non più sostenibili.

Questa legge consente, in presenza di determinate condizioni, di rivolgersi a un giudice per ottenere una ristrutturazione del debito o, nei casi più gravi, l’esdebitazione totale, cioè la cancellazione dei debiti residui, comprese le cartelle esattoriali. Non è un automatismo e non è per tutti: serve dimostrare uno stato di sovraindebitamento reale, l’assenza di mala fede, l’impossibilità oggettiva di adempiere e una condizione economica compromessa in modo strutturale.

Il percorso passa attraverso gli Organismi di Composizione della Crisi (OCC) o professionisti abilitati, che assistono il debitore nella ricostruzione della propria situazione economica. È poi il giudice a valutare se mantenere in vita quei debiti abbia ancora un senso oppure no. In altre parole, se lo Stato stia inseguendo un credito reale o solo un numero su un bilancio.

C’è un aspetto che raramente viene detto con chiarezza. Le cartelle “morte” – quelle che non verranno mai riscosse – intasano il sistema, falsano le aspettative di entrata, bloccano uffici e persone. Milioni di euro che restano iscritti a ruolo pur sapendo che non torneranno mai nelle casse pubbliche. In questo quadro, l’annullamento giudiziale non è una resa dello Stato, ma un atto di verità.

La narrazione ufficiale ama parlare di rigore, ma dimentica la razionalità. Un fisco che ignora la realtà sociale diventa cieco. Un sistema che pretende da chi non ha nulla perde credibilità. E quando un giudice decide di azzerare un debito perché mantenerlo è inutile e disumano, non sta facendo un favore: sta ristabilendo un equilibrio che la macchina fiscale ha perso da tempo.

Questo non significa che tutti possano cancellare le proprie cartelle. Significa però una cosa fondamentale: la povertà non è una colpa. E in un Paese civile deve esistere un limite oltre il quale la pretesa fiscale smette di essere giusta e diventa solo persecuzione burocratica.

Forse il vero scandalo non è che alcune cartelle vengano annullate. Il vero scandalo è che ce ne siano milioni che non avrebbero mai dovuto arrivare a questo punto.

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.