Bar degli ospedali toscani stile autogrill: prezzi folli e qualità standard

Pubblicato il 5 gennaio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Negli ospedali toscani sta avvenendo una trasformazione silenziosa ma sempre più evidente. I bar interni alle strutture sanitarie pubbliche stanno progressivamente perdendo il loro ruolo di servizio accessibile per cittadini e lavoratori, assumendo le caratteristiche di punti ristoro standardizzati, con prodotti industriali e prezzi elevati, sempre più simili a quelli delle aree di servizio autostradali.

Non si tratta di singoli casi isolati, ma dell’effetto diretto di bandi di concessione impostati secondo criteri che favoriscono grandi operatori nazionali e che, di fatto, escludono le piccole imprese locali.
Formalmente non esiste un unico bando valido per tutti gli ospedali della Toscana. Nella sostanza, però, le Aziende USL e le strutture ospedaliere, spesso attraverso la piattaforma regionale START e con il supporto di ESTAR, adottano bandi costruiti secondo una logica uniforme: concessioni economicamente rilevanti, canoni elevati e requisiti organizzativi tali da rendere la partecipazione possibile quasi esclusivamente a grandi gruppi della ristorazione collettiva.

Bar ospedali: concessioni con canoni troppo elevati

Il risultato è che baristi, cooperative e micro-imprese del territorio non riescono nemmeno a presentare un’offerta, pur avendo competenze, esperienza e un forte radicamento locale.
All’ospedale San Donato di Arezzo il problema è ormai di dominio pubblico. Negli ultimi mesi numerose segnalazioni hanno evidenziato prezzi giudicati eccessivi per un contesto ospedaliero: caffè e prodotti da colazione sopra la media cittadina, un’offerta prevalentemente industriale e la totale assenza di prodotti locali.
Un aspetto centrale è rappresentato dal canone di concessione, che secondo le informazioni disponibili si aggirerebbe intorno ai 17 mila euro mensili. Un livello di costo che rende inevitabile una gestione orientata al margine. Una dinamica che colpisce in modo particolare i dipendenti della ASL, per i quali la pausa caffè quotidiana si è trasformata in un problema economico e in un evidente peggioramento della qualità del servizio.
A Grosseto, all’ospedale Misericordia, lo schema è analogo. La gestione dei punti ristoro è stata affidata tramite concessioni che rispondono agli stessi criteri di scala e standardizzazione. Anche in questo caso l’offerta risulta omogenea, poco legata al territorio e con prezzi percepiti come elevati da utenti e personale. Il dato rilevante non è il nome del gestore, ma il modello imposto dal bando, che privilegia strutture organizzative complesse e penalizza chi potrebbe garantire un servizio più umano, locale e accessibile.
Situazioni simili emergono anche in altri presidi toscani. A Cecina, nell’area dell’ASL Toscana Nord Ovest, la polemica sui prezzi è finita sui giornali con esempi concreti come caffè e brioche a tre euro e acqua venduta a prezzi ritenuti ingiustificati rispetto al normale commercio al dettaglio.
Le proteste e le perplessità non riguardano dunque solo Arezzo e Grosseto. Segnalazioni analoghe arrivano da più parti della regione, sia dalla costa sia dall’area centro-nord, dove cittadini e lavoratori lamentano un progressivo aumento dei prezzi e un peggioramento della qualità percepita. Questo conferma che non si tratta di singole gestioni, ma di un effetto sistemico legato all’impostazione delle concessioni.
Un bar ospedaliero non è un’attività commerciale qualunque. È un servizio essenziale per pazienti e familiari in attesa, per persone fragili e per il personale sanitario che lavora ogni giorno all’interno delle strutture. Applicare logiche tipiche di aeroporti o autostrade a contesti di cura significa snaturare la funzione sociale del servizio pubblico.
Tra dipendenti e cittadini cresce anche una preoccupazione ulteriore: se questo modello viene accettato per i bar, potrebbe estendersi in futuro anche alle mense ospedaliere, con il rischio di strutture sempre più costose, standardizzate e lontane dalle esigenze reali di chi le utilizza quotidianamente.
I bandi sono formalmente legittimi, ma quando producono sistematicamente lo stesso risultato, esclusione delle piccole imprese locali, omologazione dell’offerta e aumento dei prezzi, diventa necessario porsi una domanda di merito.
Gli ospedali pubblici devono massimizzare i ricavi e i canoni delle concessioni per fare cassa, oppure garantire ristoro accessibile, qualità reale, radicamento territoriale e rimanere un servizio per il cittadino a tutti gli effetti?
È una scelta politica e riguarda da vicino cittadini, lavoratori e l’economia locale.

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