di Massimo Gervasi
C’è una tassa che in Italia non viene mai annunciata. Non passa dal Parlamento, non ha una legge dedicata, non viene spiegata nei talk show. Eppure l’abbiamo pagata tutti: lavoratori dipendenti e pensionati.
Si chiama fiscal drag, in italiano drenaggio fiscale ed è uno dei meccanismi più subdoli con cui lo Stato ha aumentato le tasse senza dichiararlo apertamente.
Cos’è il fiscal drag?
Quando i prezzi aumentano per effetto dell’inflazione, stipendi e pensioni vengono ritoccati verso l’alto solo nominalmente, cioè sulla carta. Se però scaglioni IRPEF e detrazioni non vengono aggiornati automaticamente, succede una cosa precisa: si entra in uno scaglione più alto o perdi parte delle detrazioni, si paga più tasse, non si è più ricco di prima.
In pratica lo Stato ci tassa come se avessimo guadagnato di più, anche se il potere d’acquisto è uguale o addirittura peggiorato.
Negli ultimi tre anni questo meccanismo ha prodotto un effetto enorme: decine di miliardi di euro di gettito aggiuntivo incassati dallo Stato senza una vera manovra fiscale dichiarata.
Secondo stime ampiamente circolate nel dibattito economico e sindacale, parliamo di circa 25 miliardi di euro in più, pagati quasi interamente da lavoratori dipendenti e pensionati.
Soldi che non derivano da una nuova tassa, ma da un sistema lasciato volutamente fermo mentre l’inflazione correva.
Esempio concreto
Un lavoratore che guadagna 30 o 31 mila euro lordi l’anno: negli ultimi anni ha pagato oltre 2.000 euro di tasse in più a causa del fiscal drag, non perché fosse più ricco, ma perché il suo reddito è cresciuto solo per inseguire i prezzi.
Ed ecco che arriva la “riduzione IRPEF” sbandierata come grande aiuto al ceto medio.
Risultato reale: circa 40 euro l’anno, poco più di 3 euro al mese
Dopo avere tolto migliaia di euro di nascosto, restituiscono una mancia e pretendono pure l’applauso.
Perché il fiscal drag non viene eliminato
La verità è scomoda ma chiarissima: il fiscal drag conviene allo Stato.
È un aumento di tasse: senza votazioni impopolari; senza proteste immediate; senza titoli di giornale allarmanti. Basta non indicizzare automaticamente scaglioni e detrazioni e l’inflazione fa il lavoro sporco al posto della politica. Non è un errore tecnico. È una scelta politica.
Ma a questo punto viene l'obbligo di chiedere: se questi soldi sono stati incassati senza una vera riforma fiscale, se sono il frutto di un meccanismo riconosciuto da tutti come penalizzante, perché non vengono restituiti? Perché non si introduce una rivalutazione automatica per il futuro?
La risposta, purtroppo, è evidente: perché il fiscal drag è diventato un bancomat silenzioso, pagato sempre dagli stessi.
Chiamarlo “tecnicismo fiscale” è una presa in giro: il fiscal drag è un aumento di tasse mascherato, che colpisce chi lavora e chi è in pensione, mentre viene raccontato come se fosse inevitabile. Ma non lo è.
È solo un furto silenzioso, fatto bene, e spiegato male e finché non lo si chiama col suo nome, continuerà a svuotare le tasche di milioni di italiani senza che nessuno si assuma la responsabilità.
Ultimi Articoli pubblicati
Dall'allerta europea al ritiro dal mercato la doppia verità dei giocattoli squishy
di Rita Bruno
Istia d’Ombrone: l'ex centro sportivo affonda nel degrado tra promesse sfumate e pericolo
Servizio di Lorenzo Mancineschi - Riprese a cura di Riccardo Mansi
Marina di Grosseto, uomo morto in acqua: come avviene la gestione dell'emergenza in spiaggia?
di Redazione
Montedomini (I): dal 1476 a oggi, quando il welfare diventa affitto turistico
di Rita Bruno
Tra normativa UE e parere a sfavore di ISPRA, la Regione Toscana apre la caccia all'ibis sacro senza limiti
di Rita Bruno
Bordighera, l’ultimo saluto al piccolo feretro
di Rita Bruno
Aggiungi commento
Commenti