USA, l'ultima gas chamber del Wyoming: 25 minuti di terrore e la fine delle camere a gas per animali

Pubblicato il 28 settembre 2026 alle ore 07:00

di Rita Bruno

Nel marzo 2025, il Wyoming ha spento le sue ultime gas chamber per cani e gatti ma in 32 stati americani la pratica resta ancora senza divieto di legge. Ecco cosa succedeva dentro quelle scatole di metallo e perché è stato definito uno scandalo nazionale.

Nel giugno del 2024, mentre il resto del mondo occidentale aveva già archiviato le camere a gas per animali come un ricordo raccapricciante del Novecento, gli Stati Uniti si trovavano ancora a fare i conti con un'ombra inaccettabile. Nel cuore del Wyoming, a Green River, una piccola struttura pubblica continuava a utilizzare quel metodo. Non era isolata: nello stato c'erano due delle tre ultime gas chamber ancora attive in tutto il territorio nazionale.

Per anni, quel rifugio è diventato il simbolo di una resistenza incomprensibile al cambiamento. Attivisti, veterinari e legislatori avevano cercato di spegnerla.  La pratica è perduta fino al marzo 2025, quando il City Council di Green River - Consiglio Comunale ha votato all'unanimità per vietarne definitivamente l'uso. Quella chiusura ha rappresentato una vittoria civile, non solo amministrativa. 

Per capirne il senso, bisogna attraversare la porta di quella gas chamber e restarci il tempo necessario a un animale per morire.

I gas della morte

Le gas chamber utilizzate nei rifugi americani funzionavano principalmente con due gas : il monossido di carbonio e, in qualche caso, l'anidride carbonica. Entrambi incolori, entrambi inodori, entrambi in grado di uccidere senza dare all'animale l'allarme chimico di un pericolo imminente.

Il monossido di carbonio è il più insidioso. Entra nei polmoni, attraversa le membrane alveolari e si lega all'emoglobina del sangue con un'affinità circa duecento volte superiore a quella dell'ossigeno, formando la carbossiemoglobina. Da quel momento, il sangue non trasporta più ossigeno: i tessuti, il cervello, il cuore vanno incontro a un ipossia cellulare devastante. 

Non è una morte per mancanza d'aria nel senso comune del termine. È una morte per soffocamento interno, mentre l'animale continua a respirare un gas che lo sta uccidendo senza che ne percepisca l'odore.

 La procedura

La procedura inizia con l'apertura di una porta metallica. Spesso, in violazione delle linee guida che imponevano un solo animale per volta, venivano spinti all’interno,  insieme più cani o più gatti, talvolta intere cucciolate. Lo spazio era ridotto, le pareti fredde, la luce scarsa o assente. Quando l'operatore attivava  il rilascio del gas, non c'era suono, non c'era fumo, solo un cambiamento impercettibile nell'atmosfera. I primi istanti potevano sembrare di calma che durava pochi secondi. L'animale iniziava a respirare più in fretta, il battito cardiaco accelerava, il cervello privato dell'ossigeno genera confusione e terrore. 

L'animale sentiva che qualcosa non andava, ma non poteva identificare la minaccia.  Allora cercava di fuggire, graffiava le pareti metalliche, si gettava contro la porta, emetteva suoni che chi ha assistito alla scena descrive come strazianti. Non stava solo soffocando: stava vivendo un attacco di panico cosciente, prolungato, senza via d'uscita.

I tempi dell'orrore

La coscienza non abbandona l'animale rapidamente. Le stime più conservative indicano che occorreva almeno un minuto prima che i sensi si offuscassero, ma spesso il tempo era molto più lungo, specialmente per cuccioli, animali anziani o già debilitati da malattie, il cui metabolismo lento rendeva l'agonia più estenuante. 

Durante quei minuti, il corpo reagiva all'ipossia con convulsioni. Gli arti si tendevano, il controllo motorio veniva meno, potevano verificarsi urti di vomito e incontinenza. L'animale era ancora lì, ancora presente, ancora terrorizzato, mentre il gas continuava a saturare il sangue. 

La morte certa, quella che porta all'arresto cardiaco e all'interruzione definitiva dell'attività cerebrale, poteva richiedere fino a venticinque minuti.

Uno studio storico del 1944 condotto da Von Oettingen - tossicologo tedesco, su cani esposti a una concentrazione di monossido di carbonio all'uno per cento registra una media di trentasei minuti prima del decesso. Trentasei minuti di distress respiratorio, di battito cardiaco che prima accelerava e poi fibrillava, di un organismo che lottava contro un nemico invisibile fino all'ultimo.

In caso di femmine gravide, la tragedia assumeva dimensioni ancora più raccapriccianti.  Il gas uccideva la madre, ma non raggiungeva i feti nell'utero, che morivano per soffocamento solo dopo l'arresto respiratorio della madre. 

C'erano poi i sopravvissuti, quei rari casi documentati in cui l'animale, dichiarato morto al termine del ciclo, riprendeva conoscenza una volta rimosso dalla gas chamber, finendo in discarica ancora vivo.

La soluzione alternativa: l'iniezione e il sonno

Nessuna di queste immagini è necessaria quando si parla di eutanasia veterinaria moderna. La stragrande maggioranza dei rifugi americani, quando deve affrontare il sovraffollamento o la soppressione di animali non adottabili, utilizza l'iniezione di pentobarbital sodico.

Un veterinario o un tecnico autorizzato introduce l'ago in una vena dell'arto anteriore o, per i gatti e i piccoli animali, nel cavo peritoneale. Il barbiturico agisce in tre o cinque secondi: l'animale perde conoscenza istantaneamente, prima ancora di poter percepire qualsiasi sensazione sgradevole. Il cuore si ferma entro due o cinque minuti. Non c'è terrore, non c'è fuga, non c'è convulsione. Dal sonno alla morte, ed è il metodo che l'American Veterinary Medical Association, l'Association of Shelter Veterinarians e la National Animal Care & Control Association raccomandano da decenni come unico accettabile per la routine nei rifugi.

Lo scandalo: costi, pericoli e menzogne

Il confronto tra questi due mondi rende ancora più incomprensibile la scelta del Wyoming. Le gas chamber non erano più economiche.  Un'analisi della American Humane Association - prima associazione nazionale per la protezione animali degli Stati Uniti -  del 2009 dimostrò che l'iniezione costa meno, considerando la manutenzione delle camere, l'acquisto dei gas, i sistemi di ventilazione e lo smaltimento.  Veniva a mancare la sicurezza,  il monossido di carbonio ha causato esplosioni nelle strutture e morti di operatori per esposizione accidentale. Nessun veterinario serio poteva sostenere che venticinque minuti di agonia cosciente erano equivalenti a cinque secondi di sonno.

Eppure, a Green River, quella pratica è resistita fino al 2025, protetta da un alone di indifferenza locale e dalla mancanza di un divieto federale.

La mappa dei 32 stati fantasma

Oggi, con il voto unanime che ha chiuso le ultime gas chamber del Wyoming, gli Stati Uniti possono finalmente voltare pagina. 

La lezione resta. Ventiquattro stati hanno un divieto totale, cinque un divieto parziale, ma ben trentadue stati vivono ancora in una zona grigia legislativa dove la gas chamber non è vietata, anche se non è più usata. È un vuoto pericoloso, perché senza una legge chiara la barbarie può continuare.

Per troppo tempo l'America ha tollerato che cani e gatti morissero in "scatole buie" respirando un gas penetrava lentamente nei polmoni e li uccideva lentamente mentre erano ancora svegli e terrorizzati. 

L'ultima gas chamber del Wyoming si è spenta. Ora tocca agli altri trentadue stati sigillare per sempre quella porta. La civiltà di una nazione si misura anche da come tratta chi non può difendersi.

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