Carburanti, il grande paradosso italiano: la guerra infiamma i prezzi ma è lo Stato italiano a fare il pieno

Pubblicato il 24 agosto 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

La guerra infiamma il prezzo dell’energia, le tensioni internazionali mettono sotto pressione raffinerie e approvvigionamenti, il diesel scarseggia sui mercati europei e alla fine, come sempre, il conto arriva alla pompa.

Quando un automobilista italiano vede nuovamente comparire il numero 2 sul tabellone del distributore, attribuire tutto alla guerra rischia di diventare una spiegazione troppo comoda. Perché dentro quel prezzo non ci sono soltanto petrolio, raffinazione, trasporto e margini industriali: c’è anche, e pesantemente, lo Stato italiano.
I numeri di questi giorni fanno impressione. Nel primo fine settimana di controesodo dopo Ferragosto il prezzo medio del gasolio self in autostrada è arrivato intorno a 2,20 euro al litro, proprio mentre si avvicina la scadenza del 25 agosto dello sconto fiscale di 17 centesimi sul diesel deciso dal Governo. Soltanto quattro giorni fa ANSA sottolineava come il prezzo del gasolio autostradale fosse già tornato ai livelli precedenti alle ultime misure governative.

Prezzo del carburante all'estero

Se guardiamo attorno e ci chiediamo perché in Italia il carburante debba trasformarsi ogni volta in un'emergenza nazionale?  Il confronto più provocatorio è proprio con la Russia, il Paese che dal febbraio 2022 è protagonista della guerra contro l’Ucraina e che oggi sta vivendo una vera crisi interna dei carburanti. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno ridotto la capacità di lavorazione, in numerose regioni sono state introdotte limitazioni alle vendite e persino nell’area di Mosca si sono viste code chilometriche ai distributori. La Russia, storico esportatore di prodotti petroliferi, è arrivata al paradosso di dover importare benzina dall’India, dalla Bielorussia e dal Kazakistan e ha prorogato fino al gennaio 2027 il divieto di esportazione di benzina e diesel per difendere il mercato interno.
Eppure, nonostante tutto questo, il carburante russo continua mediamente a costare molto meno che in Italia. Reuters riportava a luglio un prezzo medio della benzina russa di circa 72 rubli al litro, meno di un euro, anche se nelle zone maggiormente colpite dalla carenza alcuni distributori indipendenti hanno praticato prezzi molto più elevati.
Naturalmente nessuno può seriamente sostenere che Italia e Russia siano mercati direttamente sovrapponibili: la Russia è uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, dispone della materia prima, ha una fiscalità completamente diversa e utilizza anche strumenti politici per contenere il mercato interno. Ma proprio questo dimostra una cosa fondamentale: il prezzo del petrolio internazionale non è il prezzo della benzina alla pompa. Tra il barile e il nostro serbatoio intervengono tante voci, e una delle più pesanti in Italia è il fisco.
Non serve arrivare fino a Mosca. Basta attraversare un confine.

Prezzo del carburante a confine

Da anni molti automobilisti del Friuli Venezia Giulia fanno pochi chilometri e vanno a rifornirsi in Slovenia, dove il Governo interviene attraverso un sistema di prezzi massimi regolamentati per i carburanti venduti fuori dalle autostrade. Quando la differenza diventa consistente il risultato è inevitabile: l’italiano attraversa il confine, riempie il serbatoio e magari, già che c’è, fa la spesa, mangia al ristorante o acquista altri prodotti. Così lo Stato italiano, pur di mantenere elevata la tassazione sul carburante, rischia paradossalmente di perdere non soltanto le imposte sul pieno, ma anche una fetta dei consumi che si spostano oltreconfine.

Il punto politicamente più scomodo: le accise

Le accise per anni sono state utilizzate come simbolo della pressione fiscale italiana. Quelle che  la premier Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, contestava duramente anche attraverso video diventati famosissimi girati davanti ai distributori. Una battaglia politica estremamente efficace: il prezzo della benzina era troppo alto, lo Stato incassava troppo e bisognava intervenire.
Poi Giorgia Meloni è diventata presidente del Consiglio e le accise sono rimaste.
Va riconosciuto che durante le crisi energetiche il Governo è intervenuto più volte. Anche nell’estate 2026 è stato disposto un taglio temporaneo sul diesel: 17 centesimi al litro, inizialmente previsto fino al 6 agosto e successivamente prorogato fino al 25 agosto.
Il problema è proprio questo: continuiamo a intervenire sull’emergenza senza affrontare strutturalmente il sistema.
Quando il petrolio sale, quando scoppia una guerra, quando una raffineria viene bombardata o quando una rotta commerciale entra in crisi, il Governo corre ai ripari con qualche centesimo di riduzione. Poi l'intervento scade e tutto ricomincia.

Lo Stato continua a incassare

Perché sul carburante l’italiano paga l’accisa e, sopra il prezzo comprensivo dell’accisa, paga anche l’IVA. In pratica una parte dell’IVA viene calcolata su un prezzo che contiene già un’altra imposta. E quando aumenta il prezzo industriale del carburante, aumenta anche il valore assoluto dell’IVA riscossa.
Non è un dettaglio: è proprio per questo che esiste il meccanismo delle cosiddette accise mobili: utilizzare le maggiori entrate IVA generate dall’aumento dei carburanti per alleggerire temporaneamente la tassazione ed è proprio attraverso questo sistema che il Governo è intervenuto negli ultimi mesi.
Perché questo riequilibrio deve essere sempre temporaneo? Perché dobbiamo aspettare che benzina e gasolio raggiungano livelli insostenibili prima di restituire agli automobilisti una parte delle maggiori entrate fiscali?

Perché, quando il prezzo internazionale sale, lo Stato deve beneficiare automaticamente dell’aumento dell’IVA mentre il cittadino deve aspettare un decreto per ottenere qualche centesimo di riduzione?

Non solo il gasolio anche il Diesel

Il problema diventa ancora più grave quando parliamo del diesel. Perché il gasolio non serve soltanto al padre di famiglia che va al lavoro: serve ai camion, ai furgoni, agli artigiani, alle imprese, all’agricoltura, alla logistica, ai mezzi che ogni mattina portano frutta, verdura, carne, latte e prodotti industriali nei nostri supermercati.

L’aumento del diesel viaggia insieme alle merci e alla fine arriva sullo scaffale. Il consumatore paga quindi una prima volta quando riempie il proprio serbatoio e rischia di pagare una seconda volta quando mette qualcosa nel carrello della spesa.

Carburante e inflazione

Ecco perché parlare di carburanti significa parlare anche di inflazione e potere d’acquisto delle famiglie.
Sarebbe però altrettanto scorretto sostenere che l’attuale situazione sia stata creata dal Governo italiano. La crisi internazionale è reale e pesantissima. Reuters segnala una carenza globale di prodotti raffinati, con il diesel europeo particolarmentesotto pressione. Gli attacchi alle raffinerie russe hanno ridotto la produzione e le tensioni mediorientali hanno ulteriormente colpito il sistema mondiale della raffinazione. Il problema oggi non riguarda neppure soltanto il prezzo del greggio: riguarda la capacità di trasformarlo in benzina, diesel e carburante per l’aviazione.
Proprio qui finisce l’alibi: il Governo italiano non può fermare una guerra, non può ricostruire una raffineria bombardata e non può controllare da solo il mercato mondiale del petrolio, può però decidere quante tasse far pagare su un litro di carburante.
Ed è questo il punto sul quale la politica dovrebbe essere giudicata. Perché è troppo facile denunciare le accise quando si è all’opposizione e poi scoprirne improvvisamente l’indispensabilità quando si governa. Vale per questo Governo come è valso per quelli precedenti. Cambiano maggioranze, ministri e slogan, ma alla pompa la storia sembra essere sempre la stessa.
Lo Stato ha bisogno di soldi e il carburante è un contribuente perfetto: non protesta, non evade e soprattutto milioni di italiani non possono smettere di comprarlo.

Il grande paradosso italiano

Così arriviamo al grande paradosso italiano. Da una parte abbiamo guerre, bombardamenti, raffinerie ferme, sanzioni, embarghi e mercati internazionali impazziti. Dall’altra abbiamo automobilisti e imprese che continuano a pagare una quota enorme del prezzo finale sotto forma di imposte. La guerra certamente infiamma i carburanti, la speculazione può fare la sua parte, le raffinerie possono guadagnare di più nei momenti di scarsità e i mercati possono impazzire.

Ma alla fine, quando l’italiano infila la pistola nel serbatoio e guarda scorrere velocemente i numeri sul display, c’è un soggetto che continua comunque a incassare la sua parte: lo Stato. Per questo che forse dovremmo smettere di domandarci soltanto perché il petrolio costa tanto e cominciare a porci una domanda molto più scomoda: quanto del prezzo che paghiamo alla pompa dipende davvero dalle guerre e dai mercati internazionali e quanto, invece, da una fiscalità sui carburanti alla quale nessun Governo, una volta conquistato Palazzo Chigi, sembra più disposto a rinunciare?

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