di Massimo Gervasi
La nomina di Giovanni Grasso a commissario straordinario dell'Agenzia Regionale di Sanità della Toscana ha avuto almeno un merito: quello di far esplodere una contraddizione che la sanità italiana si trascina dietro da troppo tempo.
Dietro le polemiche sulla sua nomina non c'è soltanto Giovanni Grasso, c'è molto di più, c'è il ruolo degli infermieri nella sanità italiana. C'è il riconoscimento, ancora incompleto, della loro crescita professionale. E soprattutto c'è quella strana abitudine tutta italiana di considerarli professionisti altamente qualificati quando bisogna affidare loro responsabilità enormi davanti a un paziente, ma improvvisamente meno qualificati quando si avvicinano a una scrivania dalla quale si dirige, si organizza o si decide.
Il caso Grasso diventa l'occasione per fare una domanda scomoda: un infermiere può guidare un organismo importante della sanità oppure deve continuare a esistere un tetto invisibile oltre il quale soltanto un medico può salire? Infermiere non significa più "assistente del medico".
Percorso d'infermieristica
Cominciamo dalle basi, perché evidentemente ogni tanto è necessario ricordarle: l'infermiere è un professionista sanitario laureato. Può proseguire il proprio percorso universitario con una laurea magistrale, conseguire master, perfezionamenti e sviluppare competenze specialistiche, organizzative e manageriali. La legislazione italiana ha riconosciuto da molti anni l'autonomia della professione infermieristica e ha previsto persino la dirigenza delle professioni sanitarie.
Non stiamo quindi parlando di una figura meramente esecutiva. Quell'immagine appartiene a un'altra epoca.
L'infermiere moderno valuta bisogni assistenziali, pianifica interventi, assume responsabilità proprie, coordina attività e lavora quotidianamente accanto al medico all'interno di équipe nelle quali le diverse competenze si integrano.
Medico e infermiere non sono la stessa cosa e non devono diventarlo, hanno percorsi formativi e competenze differenti. Proprio questa differenza non stabilisce una graduatoria universale secondo la quale il medico sarebbe automaticamente più capace anche quando si passa dalla clinica all'organizzazione, dalla cura all'amministrazione, dalla diagnosi al management.
Infermieri: quando serve diventano "eroi"
La parte quasi grottesca di questa storia è che appena pochi anni fa raccontavamo qualcosa di completamente diverso. Durante il Covid gli infermieri erano gli eroi. Gli applausi dai balconi, le fotografie con i segni delle mascherine sul volto, i turni interminabili, le testimonianze commoventi. Erano indispensabili, erano il volto della sanità, erano quelli che rimanevano accanto ai pazienti quando persino i familiari non potevano entrare. Poi l'emergenza è terminata e gli applausi pure. Gli eroi sono tornati a fare turni, notti, festivi, a lavorare sotto organico e ad assumersi ogni giorno responsabilità enormi.
Ma soprattutto è tornata fuori una vecchia concezione della sanità: l'infermiere va benissimo purché rimanga infermiere nel significato più tradizionale possibile del termine. Quando invece arriva un incarico importante, allora improvvisamente qualcuno sembra domandarsi: "Ma può farlo davvero?"
La nomina di Giovanni Grasso in Toscana
Ed eccoci a Giovanni Grasso. È esattamente qui che la vicenda della nomina all'ARS diventa interessante. Sulla vicenda è intervenuto persino l’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Arezzo che, attraverso il presidente Lorenzo Droandi, ha dichiarato che la nomina di Giovanni Grasso "non appare in linea con i criteri che hanno guidato fino ad oggi l’individuazione della figura adatta a svolgere tale delicato compito", chiedendo una rivalutazione della procedura. Indubbiamente una posizione istituzionale che merita rispetto. Ma, proprio perché proviene da un Ordine professionale così importante merita anche qualche domanda.
L'Agenzia Regionale di Sanità
Quali sarebbero esattamente questi criteri e soprattutto, tra questi criteri esiste quello, scritto o non scritto, secondo cui al vertice dell'ARS debba esserci necessariamente un medico?
Perché qui nasce il problema. L'ARS non è un reparto ospedaliero L'Agenzia Regionale di Sanità è un organismo tecnico-scientifico fondamentale per la Toscana. Studia i fenomeni sanitari, produce conoscenza, analizza lo stato di salute della popolazione, valuta qualità ed equità dell'assistenza e mette informazioni e dati a disposizione delle istituzioni che devono assumere decisioni sanitarie. Al suo interno esistono strutture e professionalità dedicate proprio alle funzioni tecnico-scientifiche: esistono l'Osservatorio di Epidemiologia e l'Osservatorio per la Qualità e l'Equità, con professionisti e responsabili che possiedono le competenze specialistiche necessarie.
Chi guida l'Agenzia non deve sostituirsi agli epidemiologi, non deve visitare pazienti, non deve formulare diagnosi, deve guidare una struttura complessa. Basta leggere la legge regionale che disciplina l'ARS per scoprire che persino al direttore, figura distinta dal commissario straordinario, vengono attribuiti compiti come la gestione dell'Agenzia, la predisposizione dei programmi di attività, l'adozione dei bilanci, la nomina dei coordinatori degli osservatori e la direzione della struttura tecnico-amministrativa.
In altre parole: scienza sanitaria e capacità di governo devono convivere. Non sono la stessa cosa e soprattutto la legge, quando disciplina il direttore, individua requisiti di qualificazione, esperienza e competenza. Non trasforma la laurea in Medicina in una patente universale per amministrare qualsiasi organismo sanitario.
E attenzione: Grasso non è stato nominato direttore. C'è poi un particolare che nel frastuono della polemica rischia di sparire. Giovanni Grasso è stato nominato commissario straordinario, non direttore dell'ARS. Il suo incarico decorrerà dal primo settembre e terminerà con la nomina del nuovo direttore o con eventuali diverse soluzioni organizzative e comunque entro il 31 dicembre 2026. Parliamo quindi di una funzione commissariale, temporanea e di transizione. Una distinzione che dovrebbe conoscere chiunque intervenga pubblicamente sulla vicenda.
Specialmente chi conosce bene l'Agenzia.
Grasso è "soltanto un infermiere"?
Anche questa rappresentazione merita qualche correzione. Giovanni Grasso è laureato in Infermieristica, ha conseguito due master, tra cui una formazione in Management sanitario, è presidente dell'Ordine delle Professioni Infermieristiche di Arezzo, è stato coordinatore degli OPI della Toscana e ha maturato esperienze organizzative e di rappresentanza professionale anche a livello nazionale. Questo significa automaticamente che sarà un ottimo commissario? Assolutamente no. Ma vale anche il contrario. Essere medico non avrebbe garantito automaticamente di esserlo. Un medico può essere un eccezionale clinico e un pessimo amministratore. Un infermiere può essere un eccellente professionista assistenziale e un pessimo dirigente. Oppure entrambi possono possedere capacità manageriali straordinarie. Per scoprirlo esistono curriculum, esperienze e risultati. Il titolo professionale, da solo, non basta. E c'è un precedente che dovrebbe far riflettere
La vicenda diventa ancora più interessante guardando proprio dentro l'ARS.
Secondo quanto ricostruito in questi giorni dalla stampa, Fabio Voller, storico dirigente dell'Agenzia e coordinatore dell'Osservatorio di Epidemiologia, nel 2022 non avrebbe ottenuto quell'incarico proprio perché non laureato in Medicina, nonostante un curriculum professionale e scientifico di grande rilievo.
Se così è, la domanda diventa inevitabile. Quanto deve durare ancora l'equazione secondo cui sanitario di vertice significa necessariamente medico?
Perché un conto è richiedere competenze scientifiche, un altro è sostenere che quelle competenze possano appartenere soltanto a una professione.
Autonomia delle professioni infermieristiche e sanitarie
La legge ha già superato una parte di questa mentalità e la cosa curiosa è che la normativa italiana è andata avanti più velocemente della cultura. La legge 251 del 2000 ha riconosciuto l'autonomia delle professioni infermieristiche e sanitarie e ha aperto espressamente alla loro dirigenza. Negli anni sono arrivati lauree magistrali, master universitari, coordinamenti, specializzazioni e percorsi di sviluppo delle competenze avanzate. Oggi esistono dirigenti infermieristici, esistono infermieri coordinatori, esistono professionisti con laurea magistrale formati proprio nell'organizzazione, nella ricerca, nella formazione e nel management dei servizi sanitari.
Qualcosa non torna: da una parte costruiamo percorsi universitari per preparare questi professionisti anche alla gestione dei sistemi sanitari, dall'altra, quando uno di loro raggiunge un incarico importante, ci sorprendiamo perché non è medico. Le critiche politiche sono un'altra cosa, poi esiste la politica.
Grasso è stato candidato, è considerato politicamente vicino al presidente Eugenio Giani e qualcuno sostiene che la sua nomina risponda a logiche politiche. E' una critica assolutamente legittima per la quale le spiegazioni dovrebbero essere richieste a Giani, sia analizzata la procedura, sia verificato se esistessero curricula migliori, si pretenda trasparenza ma non mischiamo le carte.
Contestare una nomina politica è una cosa. Considerare insufficiente una professione è un'altra.
Se il problema è la vicinanza politica di Grasso, discutiamo della vicinanza politica. Se il problema è il curriculum, discutiamo del curriculum. Se il problema sono i requisiti, confrontiamoli con quelli previsti. Ma se il problema diventa semplicemente che Giovanni Grasso è un infermiere, allora la polemica non riguarda più Grasso. Riguarda centinaia di migliaia di professionisti italiani.
Infermieri: eroi sì, dirigenti no?
Forse è arrivato il momento di smetterla con questa ipocrisia. Non possiamo considerare un infermiere sufficientemente competente per avere nelle proprie mani la salute e talvolta la vita di una persona e contemporaneamente ritenerlo, per principio, professionalmente inferiore quando si parla di organizzazione.
Non possiamo chiedergli competenze, responsabilità, formazione continua, lauree, master e specializzazioni per poi ricordargli che esiste un soffitto che non dovrebbe superare.
Non possiamo applaudirlo quando entra in una terapia intensiva e guardarci perplessi quando entra in una stanza dei bottoni.
E soprattutto non possiamo chiamarlo eroe quando abbiamo bisogno di lui e considerarlo non abbastanza qualificato quando aspira a qualcosa di più.
Giovanni Grasso avrà pochi mesi per dimostrare se il presidente Giani abbia fatto una buona scelta oppure no. E allora facciamo una cosa rivoluzionaria nella sua semplicità: lasciamolo lavorare, poi giudichiamolo sui risultati, sulle decisioni, sulla capacità di guidare l'Agenzia e se fallirà, critichiamolo senza sconti.
Ma se la prima contestazione che gli muoviamo è quella di essere infermiere, forse il problema non sta nel curriculum di Giovanni Grasso. Sta nella nostra idea, vecchia di decenni, di chi abbia il diritto di contare nella sanità italiana.
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