di Rita Bruno
Dopo decenni di contenziosi e burocrazia, partono i lavori di risanamento della ex miniera di pirite. Il fiume Merse, osservatore speciale.
Il problema esplode nell'aprile del 2001. La miniera di Campiano, attiva dal 1971 al 1994 nelle colline metallifere grossetane e chiusa con decreto ministeriale nel 1995, si allaga completamente dopo che le pompe di drenaggio vengono spente. Le acque sotterranee, non più emunte, risalgono fino a fuoriuscire dall'imbocco principale e riversarsi nel Fosso Ribudelli, affluente del fiume Merse. Portano con sé temperature di 38 gradi, pH acido e metalli pesanti in concentrazioni incompatibili con la vita del corso d'acqua. È l'ultima grande miniera di pirite del distretto, aveva estratto 5,8 milioni di tonnellate di minerale. La pirite, un bisolfuro di ferro dal caratteristico colore giallo-oro, è da secoli al centro dell'industria chimica per la produzione di acido solforico, ma trova impiego anche nella realizzazione di abrasivi e pastiglie per freni. Di per sé non è tossica da maneggiare, ma una volta esposta all'aria e all'acqua genera acido solforico e rilascia metalli pesanti, inquinando.
L'impianto provvisorio
La risposta delle istituzioni è immediata ma incrinata. Il Comune di Montieri ordina alla società proprietaria, la Mineraria Campiano poi confluita in Syndial, di intervenire d'urgenza. La società non si muove e ricorre al TAR. Regione, Province di Siena, Grosseto, Comuni di Montieri e Chiusdino stringono un Accordo di Programma nel luglio 2001 e realizzano in autonomia un impianto provvisorio di depurazione. Funziona, abbattendo il 90-99% dei metalli pesanti, ma costa circa 100.000 € al mese e produce 300 tonnellate di fanghi al mese. Una pezza, non una cura.
Non può durare per sempre.
L'accordo con Syndial
La vera svolta arriva nel novembre 2006, quando la Regione Toscana approva con la Delibera n. 811 la Lettera di Intenti con Syndial. La società si impegna a pagare le spese pregresse, circa 8 milioni di euro, a realizzare la bonifica definitiva e a garantire il tutto con polizze fidejussorie per trent'anni. In cambio, le amministrazioni abbandonano il contenzioso civile e amministrativo che nel frattempo si era ingarbugliato. È un patto che sblocca un iter inchiodato da anni. Ma i cantieri veri e propri slitteranno di altri vent'anni.
I lavori di oggi
Oggi, l'intervento è affidato a Semataf, del gruppo EcoEridiana, e interessa cinque siti — Ballarino, Bagnolo, Molignoni, Botroni e Baciolo — per circa 77.000 metri quadrati. I lavori dureranno 20 mesi e prevedono la risagomatura delle aree, l'impermeabilizzazione multistrato con capping vegetale, il rimboschimento e la rinaturalizzazione. I ruderi, gli ingressi dei vecchi pozzi e le gallerie minerarie saranno valorizzati come testimonianza di un passato industriale che ha segnato queste colline.
Il Grand Tour Bonifiche, l'iniziativa di Confindustria Cisambiente, ha fatto tappa qui. «Dopo un lungo iter burocratico iniziato nel 1997, dice Giovanni Fava di EcoEridania, nei prossimi 20 mesi porteremo quest'area a essere di nuovo patrimonio del territorio». Lucia Leonessi, direttore generale di Confindustria Cisambiente, aggiunge: «Dagli scarti minerari si possono ricavare materie prime per la nostra industria. È il recupero ambientale che diventa sviluppo locale».
Il cantiere visto da vicino
Una clip del cantiere oggi trova un'immagine che racconta più di mille parole. Grandi rotoli di geotessile bianco e nero giacciono accanto al bosco, pronti per essere stesi sul terreno. La membrana nera, già posata in parte, copre il suolo come una medicina tecnica su una ferita aperta. Dietro, la recinzione arancione segna il confine netto tra pericolo e sicurezza. E oltre, il verde fitto delle Colline Metallifere attende di riprendersi il territorio.
È il contrasto visivo tra ingegneria e natura, tra passato industriale e futuro ambientale.
Perché il capping ?
La scelta del capping, una copertura multistrato che isola il terreno inquinato sigillandolo sotto geotessili e geomembrane, non è una soluzione pigra, ma una decisione tecnica obbligata. Il volume di scarti è enorme, la miniera si estende in profondità e scavare tutto comporterebbe costi proibitivi e il rischio di mobilitare ulteriori inquinanti. Così la scelta per una barriera ingegnerizzata : la membrana blocca l'infiltrazione dell'acqua piovana, mentre una rete di canali convoglia le acque meteoriche evitando il contatto con i materiali sottostanti. È una tappa definitiva, sì, ma costruita su anni di studio.
La sua efficacia dipenderà dalla vigilanza costante di ARPAT nei prossimi decenni.
Il monitoraggio di ARPAT
Ma dietro l'ottimismo dei cantieri c'è un monitoraggio che dura da quasi vent'anni. ARPAT, l'Agenzia regionale per la protezione ambientale, ha seguito il sistema Merse-Campiano con continuità: fu proprio sua, l'accertamento della compromissione ambientale a dare il via all'intervento delle istituzioni nel 2001. Nel febbraio 2017 ha pubblicato un rapporto di 103 pagine sui monitoraggi del 2014-2015, che conferma come l'impianto provvisorio di depurazione abbia finora abbattuto efficacemente la maggior parte dei contaminanti, ma anche come le discariche minerarie continuino a influenzare negativamente la qualità dell'ambiente acquatico.
Le preoccupazioni non si sono spente.
Già nel 2015 il Forum Ambientalista richiamava dati dell'USL del 1993, un documento che prevedeva esplicitamente l'inquinamento del fiume Merse in caso di chiusura della miniera. Segnalava temperature oltre i 30 gradi nelle acque in uscita come indice di una risalita convettiva di fluidi e inquinanti dalle profondità. ARPAT non ha mai abbassato la guardia: il suo monitoraggio è stato il filo conduttore che ha tenuto accesa l'attenzione sul rischio, anche quando la burocrazia rallenta.
Le voci dell'ambientalismo
La storia di Campiano non è un caso isolato. Le miniere dismesse della Toscana continuano a sollevare allarmi. Nel 2013 il WWF denunciava che per il cantiere del raddoppio della Siena-Grosseto si stava predisponendo l'attingimento di circa un milione di litri d'acqua al giorno proprio dal fiume Merse, all'interno della Riserva Naturale Regionale Basso Merse. Un territorio ad altissima valenza naturalistica, scriveva l'associazione, già eccessivamente sfruttato per l'irrigazione di colture ben poco sostenibili. Un fiume fragile, insomma, su cui si accumulano pressioni da più fronti.
Se si allarga lo sguardo, il quadro peggiora.
Un report degli Amici della Terra del giugno 2016 sulle miniere di mercurio del Monte Amiata documentava come, a distanza di decenni dalla chiusura, le acque di miniera continuassero a riversarsi nei torrenti del bacino Paglia-Tevere con pH acido e carichi di arsenico e antimonio. L'associazione denunciava procedure di bonifica lente, frammentate tra più enti, con monitoraggi insufficienti e un'assenza di valutazioni d'impatto ambientale sistematiche. Quasi vent'anni di attesa per la messa in sicurezza permanente, si leggeva nel documento e ancora nessuna certezza sulla effettiva risoluzione del problema. Parole che suonano terribilmente familiari.
Il conto da pagare
La bonifica della Miniera di Campiano, insomma, arriva dopo un'attesa che ha superato di gran lunga quella del Monte Amiata. Se oggi i cantieri sono partiti, la lezione è che il tempo perso non si recupera. Le acque inquinate sono scorse per quasi trent'anni, i fanghi si sono accumulati a tonnellate, e il fiume Merse ha pagato un prezzo che nessuna polizza fideiussoria potrà mai rimborsare.
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