Urbanistica ad Arezzo: a cosa servono cinque anni di università se basta un geometra?

Pubblicato il 29 giugno 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi 

La nomina di Angiolino Piomboni ad assessore del Comune di Arezzo con deleghe a Urbanistica, Edilizia, Patrimonio e Ambiente sta facendo discutere ben oltre gli ambienti politici. A sollevare dubbi non sono tanto i cittadini, quanto numerosi professionisti del settore: architetti, ingegneri e urbanisti.

La domanda che molti si pongono è semplice quanto scomoda.

Che senso ha investire cinque anni in una laurea, conseguire una magistrale, sostenere l'esame di Stato, ottenere l'abilitazione professionale e affrontare una formazione continua, se poi una delle deleghe più tecniche e strategiche di un'amministrazione comunale può essere affidata a chi non possiede quel percorso universitario?

Sia chiaro.

Nessuno mette in discussione la persona di Angiolino Piomboni. Il suo curriculum parla di quasi quarant'anni di attività come geometra libero professionista, consulente tecnico del Tribunale di Arezzo, amministratore pubblico e profondo conoscitore del settore edilizio e urbanistico. Un'esperienza che nessuno può negare.

Il punto, però, non è Piomboni. Il punto è il principio.

Negli ultimi anni lo Stato continua a chiedere sempre più titoli di studio, lauree, master, crediti formativi, abilitazioni e aggiornamenti professionali. Per partecipare a un concorso pubblico vengono richiesti requisiti rigidissimi. Per firmare un progetto servono precise competenze tecniche e responsabilità professionali.

Poi però arriva la politica.

Ed ecco che una delle deleghe più delicate per il futuro di una città viene assegnata attraverso una scelta esclusivamente fiduciaria.

È perfettamente legittimo. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se sia coerente.

A rendere ancora più particolare questa vicenda c'è un altro elemento.

Piomboni continuerà infatti a ricoprire contemporaneamente anche il ruolo di assessore all'Urbanistica e all'Assetto del Territorio del Comune di Montevarchi. Una scelta condivisa dai sindaci Marcello Comanducci e Silvia Chiassai Martini, che hanno ribadito come non esista alcuna incompatibilità normativa e che questa doppia esperienza rappresenti un valore aggiunto per entrambe le amministrazioni.

La legge, dunque, lo consente.

Ma la politica dovrebbe forse interrogarsi anche sull'opportunità.

Un assessorato all'Urbanistica non è una delega qualsiasi. Significa seguire piani strutturali, varianti urbanistiche, edilizia privata, patrimonio comunale, tutela ambientale, confrontarsi quotidianamente con cittadini, imprese, ordini professionali e uffici tecnici.

Può una sola persona seguire con la stessa attenzione due assessorati praticamente identici in due Comuni diversi?

È questa la domanda che oggi molti professionisti si pongono.

Architetti, ingegneri e urbanisti ricordano come urbanistica ed edilizia siano discipline estremamente complesse, nelle quali pianificazione territoriale, sostenibilità ambientale, rigenerazione urbana, sicurezza e normative richiedono competenze sempre più specialistiche.

Ed è qui che nasce la riflessione più ampia.

Se chiediamo ai giovani di studiare sempre di più, di laurearsi, di specializzarsi e di investire tempo e denaro nella propria formazione, quale messaggio trasmettiamo quando gli incarichi pubblici più delicati possono essere ricoperti anche senza quel percorso accademico?

L'esperienza conta. Nessuno lo mette in dubbio.

Ma conta anche la preparazione universitaria?

Oppure i titoli diventano fondamentali soltanto quando servono ai cittadini per esercitare una professione, mentre per la politica valgono criteri diversi?

È un dibattito che va ben oltre il caso di Arezzo.

Riguarda il rapporto tra competenza tecnica, esperienza professionale e fiducia politica. Riguarda il valore che oggi attribuiamo allo studio e alla meritocrazia.

Forse la risposta definitiva non arriverà oggi. Arriverà tra qualche mese.

Perché saranno le scelte urbanistiche, la capacità di seguire contemporaneamente due assessorati così delicati, la presenza sul territorio, il confronto con cittadini e professionisti e, soprattutto, i risultati concreti ottenuti ad Arezzo e a Montevarchi a dire se questa decisione sia stata davvero una scelta lungimirante oppure un azzardo politico.

Noi non abbiamo la pretesa di emettere sentenze.

Abbiamo però il dovere di porre domande che molti, dentro e fuori gli ordini professionali, si stanno facendo.

Continueremo a seguire questa vicenda.

E quando i risultati saranno sotto gli occhi di tutti, torneremo sull'argomento.

Perché, alla fine, non saranno le polemiche, i curriculum o le dichiarazioni a dare la risposta.

Saranno i fatti.

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