di Massimo Gervasi
A Latina la Guardia di Finanza ha eseguito una misura cautelare nei confronti dell’imprenditore Francesco Osanna, attivo nel settore finanziario. Secondo l’ipotesi accusatoria, che dovrà essere verificata nel processo e rispetto alla quale vale la presunzione di innocenza,sarebbe stata organizzata una raccolta abusiva del risparmio con successivo reimpiego delle somme attraverso altre attività economiche. Contestati, a vario titolo, esercizio abusivo dell’intermediazione finanziaria, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori. È stato disposto anche un sequestro fino a circa 800 mila euro. Le ricostruzioni giornalistiche parlano di investimenti presentati come internazionali e di rendimenti molto elevati.
Ma Osanna, comunque finisca questa vicenda, non sarebbe il primo caso che riporta alla luce un copione già visto.
Perché l’Italia dei risparmi traditi non nasce oggi.
Ci sono stati i crack finanziari che hanno coinvolto migliaia di famiglie:dal caso Parmalat, che travolse obbligazionisti e piccoli investitori, fino al dissesto di Banca Etruria che lasciò aperto per anni il dibattito sulla tutela del piccolo risparmio.
Poi sono arrivati i casi delle piattaforme miracolose: criptovalute, rendimenti garantiti, schemi opachi, consulenze non autorizzate, reti relazionali costruite più sulla fiducia che sulla trasparenza.
E il punto scomodo è questo. Molti non cercano il lusso.
Cercano di non vedere i risparmi di una vita consumarsi lentamente.
E quando il mercato tradizionale offre poco, chi promette molto diventa improvvisamente credibile.
Ma la matematica spesso è spietata:se qualcuno promette rendimenti fuori scala e rischio quasi zero, la domanda non dovrebbe essere:“Quanto guadagno?”
Dovrebbe essere:“Perché nessuna banca, nessun fondo regolamentato e nessun grande investitore riesce a fare lo stesso?”
Perché alla fine la truffa finanziaria ,quando c’è, raramente vende avidità. Vende speranza.
E forse è proprio questo che la rende così difficile da riconoscere.
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