di Massimo Gervasi
C’è una parola che oggi descrive meglio di tante analisi lo stato della sanità italiana: abbandono.
Abbandonati sono i pazienti, costretti a rincorrere visite, esami, controlli, spesso dopo mesi di attesa. Abbandonati sono i lavoratori della sanità pubblica, schiacciati da turni, carenze di personale, responsabilità crescenti e stipendi che non restituiscono dignità al ruolo che svolgono. Ma abbandonati, forse ancora di più e nel silenzio generale, sono i lavoratori della sanità privata accreditata: professionisti che curano, assistono, fanno funzionare servizi essenziali, ma che da anni vivono una discriminazione economica e contrattuale intollerabile.
La sanità privata accreditata svolge, di fatto, una funzione pubblica. Cura cittadini che si rivolgono al sistema sanitario regionale, lavora dentro convenzioni, contribuisce a reggere un sistema che il pubblico da solo non riesce più a sostenere. Eppure chi lavora in quelle strutture non ha lo stesso trattamento del pubblico. Stesse responsabilità, stessi pazienti, spesso stessi carichi emotivi e professionali, ma stipendi più bassi, contratti fermi, minore riconoscimento.
Il paradosso è tutto qui: quando si parla di sanità privata, i lavoratori vengono dimenticati; quando si parla di grandi gruppi privati (amici dei politici di turno), invece, la politica sembra ricordarsene benissimo.
Caso Angelucci
Le ultime polemiche sul caso Angelucci sono emblematiche. Antonio Angelucci, deputato della Lega ed editore, è anche uno dei principali imprenditori della sanità privata, con interessi importanti soprattutto nel Lazio. L’emendamento finito nel Decreto Lavoro ha acceso lo scontro politico perché esclude la sanità privata dall’aumento automatico previsto per i contratti scaduti. In sostanza, mentre migliaia di lavoratori attendono da anni un rinnovo vero, la politica interviene non per tutelare loro, ma per alleggerire il peso economico su chi gestisce il settore.
E allora la domanda diventa inevitabile: in questo Paese la sanità privata serve ai cittadini, ai lavoratori o a pochi grandi imprenditori?
Le liste d'attese
Perché se il privato accreditato è parte del sistema sanitario, allora deve esserlo fino in fondo. Deve essere coinvolto nella riduzione delle liste d’attesa, deve essere finanziato in modo trasparente, ma soprattutto deve garantire ai lavoratori contratti dignitosi. Non può essere pubblico quando incassa, privato quando deve riconoscere diritti.
In Toscana il problema è ancora più evidente. Le liste d’attesa restano una delle ferite principali del sistema sanitario regionale. La Regione ha stanziato risorse aggiuntive per il 2026, destinando una parte anche al privato accreditato. Ma il punto non è solo mettere qualche milione in più: il punto è costruire un modello vero, stabile, controllato, capace di usare tutte le energie disponibili per rispondere ai cittadini.
Per anni si è detto che il privato accreditato poteva essere un supporto al pubblico, una valvola utile per ridurre i tempi, una rete integrativa per visite, diagnostica, riabilitazione e prestazioni specialistiche. Ma nei fatti questa opportunità è stata spesso lasciata a metà: annunci, delibere, piani straordinari, ma il cittadino continua a trovarsi davanti a mesi di attesa oppure alla solita alternativa brutale: pagare di tasca propria.
E quando un cittadino paga privatamente una visita che avrebbe diritto ad avere dal sistema pubblico, non siamo più davanti a una libera scelta. Siamo davanti a una resa.
Carenza di personale
La crisi della sanità non riguarda solo le liste d’attesa. Riguarda il personale. Mancano medici, infermieri, OSS, tecnici, amministrativi. Mancano nel pubblico e mancano nel privato. Ma soprattutto manca una prospettiva. Sempre più giovani guardano alla sanità non come a una missione, ma come a un lavoro usurante, poco pagato, poco tutelato e privo di meritocrazia. Le università registrano cali di interesse in alcune professioni sanitarie, gli operatori già formati cambiano settore, molti cercano condizioni migliori altrove.
Chi resta lo fa spesso per passione, ma la passione non paga l’affitto, non compensa i turni massacranti, non sostituisce un contratto dignitoso.
Il risultato è un sistema che si svuota dall’interno. Il pubblico perde personale, il privato accreditato perde attrattività, le RSA restano in difficoltà, i pazienti aspettano, le famiglie si arrangiano. E nel frattempo la politica continua a parlare di riforme, piani, tavoli tecnici e investimenti, mentre chi vive la sanità ogni giorno vede una realtà molto più semplice: meno personale, meno tempo, meno risposte.
La Toscana, che per anni ha rivendicato un modello sanitario forte, oggi deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio. Non basta dire che la sanità toscana resta tra le migliori d’Italia. Non basta difendere il passato. Bisogna misurare il presente: liste d’attesa, pronto soccorso sotto pressione, personale stanco, cittadini costretti a migrare verso il privato puro o a rinunciare alle cure.
E bisogna dire una cosa con chiarezza: il privato accreditato non può essere trattato come una ruota di scorta. Se serve al sistema, allora va integrato seriamente. Se riceve risorse pubbliche, deve rispettare standard pubblici non solo sulle prestazioni, ma anche sui diritti del personale. Se aiuta a smaltire le liste d’attesa, deve farlo dentro regole chiare, tempi certi e controlli veri.
Ma non si può continuare con il doppio binario: agevolazioni e attenzioni per pochi grandi soggetti, silenzio per i lavoratori e disagi per i pazienti.
La sanità non è una merce qualunque. Non può diventare il terreno dove chi ha potere ottiene corsie preferenziali, mentre chi cura resta povero e chi deve curarsi resta in fila.
Il vero scandalo non è solo che la sanità privata abbia contratti bloccati da anni. Il vero scandalo è che questa ingiustizia sia stata normalizzata. Come se fosse naturale che un infermiere, un OSS, un tecnico o un operatore della privata accreditata valga meno di un collega del pubblico. Come se il paziente assistito in una struttura convenzionata fosse meno cittadino. Come se la dignità del lavoro cambiasse in base alla proprietà della struttura.
Non è così. La sanità italiana ha bisogno di una scelta politica netta: investire sulle persone prima che sui contenitori. Sulle competenze prima che sugli slogan. Sui contratti prima che sui privilegi. Sui pazienti prima che sugli equilibri di potere.
Perché una sanità che non tutela chi cura, prima o poi non sarà più in grado di curare nessuno.
E oggi siamo pericolosamente vicini a quel punto.
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