di Massimo Gervasi
Doveva tornare a fare il magistrato alla Corte d’Appello di Roma, come deliberato dal CSM il 22 aprile scorso. E invece per Giusi Bartolozzi si riaprono le porte del Governo, con un incarico di consulenza giuridica nell’area del Ministero degli Affari Europei e del PNRR.
Formalmente, almeno per quanto emerge oggi, tutto si muoverebbe dentro il perimetro delle regole.
Politicamente però il dibattito è inevitabile. Perché per capire questa storia bisogna capire chi è Bartolozzi e perché il suo nome è diventato uno dei più discussi degli ultimi mesi.
Magistrata dal 1999, ex deputata eletta nel 2018, dopo l’esperienza parlamentare entra al Ministero della Giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio: prima vice capo di gabinetto, poi dal 2024 capo di gabinetto, diventando una delle figure più forti e influenti di Via Arenula.
Il punto di svolta arriva durante la campagna referendaria sulla giustizia. Nel corso di un dibattito televisivo, nel difendere il referendum e il voto favorevole alla riforma, Bartolozzi pronunciò una frase destinata a travolgerla politicamente: parlò della magistratura come di un “plotone di esecuzione”, sostenendo poi che il senso delle sue parole fosse riferito agli effetti devastanti che un procedimento penale può avere sulla vita delle persone e non contro l’intera magistratura. La polemica però esplose immediatamente.
Per giorni opposizioni e parte del mondo giudiziario chiesero un passo indietro. Nordio inizialmente la difese pubblicamente e parlò di chiarimenti sufficienti, ma il clima politico cambiò rapidamente. Dopo il risultato negativo del referendum costituzionale e le tensioni che si erano accumulate, il 24 marzo Bartolozzi lasciò il ruolo di Capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia.
Sembrava la chiusura di un capitolo.
Poi il rientro in magistratura e adesso la prospettiva di una nova collaborazione nell’orbita del Governo. Ed è qui che torna la domanda che probabilmente molti cittadini si stanno facendo.
Se un magistrato rientra in ruolo, torna a fare il magistrato, se sceglie la politica o l’attività di governo, fa politica.
Questa continua zona grigia tra toga, incarichi istituzionali, ritorni e nuove consulenze rischia di alimentare proprio quella sfiducia che da anni si dice di voler combattere. Il problema non è il curriculum della Dott.ssa Bartolozzi, il problema è il messaggio.
Perché il cittadino fatica a capire dove finisca il ruolo tecnico e dove inizi quello politico.
E allora la domanda finale non è se tutto questo sia consentito. La domanda è: quando si parla di indipendenza della magistratura, valgono solo le regole o conta anche l’opportunità?
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