Moneta digitale europea: progresso o controllo totale sui nostri soldi?

Pubblicato il 16 marzo 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Negli stessi giorni in cui l’Europa discute l’introduzione dell’euro digitale promosso dalla European Central Bank, in Svizzera i cittadini hanno fatto una scelta che sembra andare nella direzione opposta: difendere il contante e garantirne la disponibilità addirittura a livello costituzionale.

Nel referendum nazionale dell’8 marzo 2026 più del 70% degli elettori svizzeri ha sostenuto la tutela del contante, segno evidente che in una delle economie più avanzate del mondo il denaro fisico continua a essere percepito come una libertà da proteggere.
E mentre Bruxelles insiste sull’idea di modernizzare i pagamenti con una moneta digitale pubblica, molti cittadini europei si chiedono se dietro questa trasformazione non si nasconda anche un sistema di controllo molto più invasivo di quello attuale.

Moneta digitale e perdita dell'anonimato

Il contante, con tutti i suoi limiti, ha una caratteristica che nessuna tecnologia è riuscita davvero a replicare: garantisce un livello di anonimato e libertà nelle transazioni quotidiane.

Diversi studi sul tema sottolineano infatti che una moneta digitale della banca centrale non può replicare completamente il ruolo del contante proprio per la perdita di anonimato e per la dipendenza da infrastrutture tecnologiche e normative.
La moneta digitale viene presentata come un grande passo avanti: pagamenti immediati, sicurezza, integrazione con le nuove tecnologie. Ma ogni innovazione ha un prezzo, e nel caso del denaro digitale il prezzo potrebbe essere la trasformazione del rapporto tra cittadini, banche e Stato.

Tracciabilità totale delle transazioni

Uno dei timori più diffusi riguarda proprio la tracciabilità totale delle transazioni. Con una valuta digitale tutte le operazioni lascerebbero una traccia informatica, creando un’enorme quantità di dati sulle abitudini economiche delle persone.

Alcuni analisti avvertono che le valute digitali delle banche centrali potrebbero offrire alle autorità un accesso senza precedenti alle informazioni sui pagamenti dei cittadini, alimentando il timore di una forma di sorveglianza finanziaria permanente.

In Italia questo dibattito è ancora più sensibile perché negli ultimi anni la spinta verso la tracciabilità è stata molto forte: limiti all’uso del contante, obbligo di POS, controlli sempre più sofisticati sui conti correnti. In teoria queste misure servono a contrastare evasione e criminalità, ma nella percezione di molti cittadini finiscono per trasformarsi in un sistema di monitoraggio costante delle spese private. Se oggi esistono già controlli incrociati sui conti, domani con una moneta digitale pubblica la quantità di informazioni disponibili potrebbe diventare enorme.

Commissioni sulle transazioni

Poi c’è un altro tema, molto più concreto e meno ideologico: i costi. Il contante non ha commissioni. I pagamenti elettronici sì. Ogni volta che una carta passa su un POS, una piccola percentuale della transazione finisce nelle casse di banche, circuiti internazionali e intermediari finanziari. In alcuni paesi europei queste commissioni sono quasi simboliche, ma in Italia per molti piccoli esercenti rappresentano ancora un costo significativo.

Una società completamente cashless significherebbe quindi miliardi di euro l’anno di commissioni che dal sistema economico reale verrebbero trasferiti al sistema finanziario.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso. Da una parte si dice che la moneta digitale servirà a liberare l’Europa dalla dipendenza da grandi circuiti di pagamento come Visa o Mastercard, dall’altra però il sistema dei pagamenti elettronici continua a essere dominato da banche e intermediari che traggono profitto da ogni transazione.

Non a caso lo stesso dibattito europeo è tutt’altro che concluso: nel Parlamento europeo la proposta sull’euro digitale incontra resistenze politiche e tecniche e continua a subire rallentamenti.

Il grande limite dei sistemi digitali

E c’è anche un problema tecnico che raramente viene citato nel dibattito pubblico: il contante funziona sempre. Non ha bisogno di elettricità, connessione internet o infrastrutture digitali. Se il sistema informatico si blocca, se c’è un blackout o un attacco informatico, il contante continua a essere utilizzabile. I sistemi digitali invece dipendono da reti, server e piattaforme tecnologiche. In altre parole, più il denaro diventa digitale, più diventa vulnerabile a problemi tecnologici.
Per questo il voto svizzero non è un dettaglio folkloristico ma un segnale politico molto forte. In un’epoca in cui molti governi parlano apertamente di società senza contanti, una parte crescente dell’opinione pubblica chiede invece di difendere la libertà di pagare con banconote e monete. Non perché il digitale non sia utile, ma perché il contante rappresenta un equilibrio tra tecnologia e libertà individuale.
Il punto, in fondo, è molto semplice. Se il digitale resta una scelta, i cittadini lo useranno sempre di più perché è comodo. Se invece diventa l’unica strada possibile, la questione cambia completamente. Perché quando il denaro diventa interamente digitale, chi controlla l’infrastruttura dei pagamenti controlla anche, indirettamente, una parte enorme della vita economica delle persone.
E forse è proprio questa la domanda che l’Europa dovrebbe porsi prima di correre verso la moneta digitale: il progresso deve semplificare la vita dei cittadini oppure trasformarsi in un nuovo sistema di controllo economico?

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