di Giandomenico Torella
Quando è uscito “hanno ucciso l'uomo ragno” ci avevamo scherzato su e non poco, soprattutto perché i probabili colpevoli si potevano scegliere tra ”la mala, la pubblicità o l’industria del caffè”. Certo era che “non si sa neanche il perché”. E invece c’è un perché.
Recentissima e clamorosa una notizia si è intrufolata tra guerre, fame, distruzioni e spie rosse della riserva. La Reuters, blasonata e meritevole agenzia di stampa ha concluso una indagine giornalistica e ha scovato chi, con tutta probabilità, si nasconde dietro lo pseudonimo Banksy.
Che all’anagrafe si tratti di Ronin Gunningham od ora David Jones o forse Robert Del Naja, non ha alcuna importanza. Quello che conta è il perché abbia difeso con tutte la sue forze l’anonimato. Non il profitto, quello segue le logiche del mercato, ma l’anonimato sul suo essere materiale e vivente, sul suo volto, sul suo passato e sul suo futuro. Lo spiega il suo avvocato: "Lavorare in anonimato o sotto pseudonimo serve interessi sociali fondamentali, ciò permette agli artisti di dire la verità al potere senza timore di ritorsioni, censura o persecuzioni".
David Bowie è meno David Bowie se all’anagrafe era iscritto come David Jones (oops stesso nome che coincidenza…)? Ma vale anche per il nostrano Pasquale Zagaria (Lino Banfi). Chi ha memoria (buona) farà molta fatica ricordarsi tutti i nomi e i titoli di Antonio De Curtis ( Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio , che per tutti è stato sempre e solo Totò.
Cosa hanno in comune queste velature della origine, del volto, pur restando sotto i riflettori al centro della scena? Una sola cosa: la libertà espressiva. La possibilità che hanno in tanti, ma in fondo tutti noi, di essere una cosa e di interpretare un ruolo diverso nella vita. Anche i vigliacchi haters, trolls ecc compresi.
L’ossessione all’incasellamento, all’etichettamento, alla categorizzazione, lo sforzo spasmodico di trovare il simile nel dissimile è sì umana e ancestrale: è il puro pensiero analogico che sfruttiamo quotidianamente per il problem solving spiccio, è funzionale alla nostra intelligenza adattiva (fare ciò che si deve con ciò che si ha). Ma l’arte, le emozioni, la scarica ormonale che ci pervade ad uno stimolo piacevole è davvero categorizzabile?
Uccidere l'anonimato di Banksy
Uccidere l'anonimato di Banksy non ne sminuisce la sua capacità di raccontare a suo modo il suo modo di vedere il mondo e il suo modo di argomentarlo in maniera a volte critica, a volte celebrativa a volte semplicemente descrittiva.
Uccidere l'anonimato di Banksy è pura violenza. Non fisica, e neppure psicologica e neppure nei suoi confronti. Uccide ciò di cui tutti noi ci siamo nutriti sin da piccoli. E’ una coltellata al mito. E’ dare il nome Evaristo al lupo di cappuccetto rosso che finalmente ora è un Evaristo e allora?. E’ scoprire che Bugs Bunny non ha mai amato le carote e quindi? Cosa cambia se si impreca (sempre sbagliato ovvio) per l’urto del mellino e non mignolo al comodino?
L’arte è tale perché è artistica (una tautologia, tanto per cambiare). No Banksy, chi scrive non ti chiamerà mai né David né Ronin e neppure pincopallo. Banksy è una figura che prescinde da una materialità e da una caducità mortale. Ci basta sapere che non sei un algoritmo. E non è poco. Resta anonimo e libero di esprimerti perché, dalla nascita, il solo patronimico limita, incasella e impone una omologazione che non è propria di veri artisti. Banksy, basta la parola, non come il confetto lassativo dei nonni. Reuters, ottimo lavoro: avete ucciso Banksy, ci obbligate a salvare il mito dell'artista libero e non omologabile per poter” dire la verità al potere senza timore di ritorsioni, censura o persecuzioni".
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