Tangenti 2.0: la mazzetta non si dà più in contanti, oggi arriva con la fattura

Pubblicato il 16 marzo 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

C’era una volta la tangente con le bustarelle piene di contanti, le banconote infilate nei cassetti o nascoste dietro un quadro. Era l’immagine classica della corruzione: sporca, evidente, quasi cinematografica. Oggi invece la tangente si è fatta elegante, si è messa la giacca e la cravatta, si è modernizzata. Non passa più di mano in mano in una busta, ma arriva con una fattura perfettamente intestata. La chiamano consulenza.


La storia recente dimostra che il problema è tutt’altro che scomparso. Basti pensare allo scandalo che ha travolto il Parlamento europeo, con parlamentari trovati con centinaia di migliaia di euro in contanti nelle abitazioni. Secondo le accuse degli investigatori quei soldi sarebbero serviti a influenzare decisioni politiche e orientare votazioni su dossier strategici. Un episodio che ha ricordato a tutti che la corruzione non appartiene solo al passato e che può insinuarsi anche nei palazzi più importanti della democrazia europea.

La nuova veste delle tangenti

Ma quella era ancora la versione vecchio stile. Oggi il sistema è molto più raffinato. Le tangenti non si chiamano più tangenti: si chiamano consulenze, advisory, supporto strategico, studi di fattibilità. Tutto perfettamente documentato, con fattura e magari con tanto di bonifico tracciato. Il denaro non passa più sotto banco, passa nei bilanci.
Basta osservare cosa accade sempre più spesso nel settore pubblico. In molte amministrazioni, enti partecipati e grandi aziende pubbliche il ricorso alle consulenze esterne è cresciuto in modo impressionante. Consulenze per programmi televisivi, consulenze per strategie di comunicazione, consulenze per progetti, consulenze per valutare altre consulenze. Tutto formalmente legittimo. Ma la domanda che molti cittadini iniziano a farsi è semplice: servono davvero tutte?

Fondi pubblici e appalti

Il fenomeno diventa ancora più delicato quando entra in gioco il grande fiume di denaro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il famoso PNRR. Parliamo di centinaia di miliardi messi a disposizione dell’Italia per rilanciare infrastrutture, innovazione e servizi dopo la crisi pandemica. Soldi europei che in gran parte dovranno comunque essere restituiti e che quindi, in ultima analisi, ricadranno sulle tasche dei contribuenti.
Eppure in molti cantieri la storia sembra ripetersi. Prima arrivano gli studi preliminari, poi le consulenze tecniche, poi le revisioni dei progetti, poi nuovi studi per verificare gli studi precedenti. Una catena infinita di incarichi che spesso finisce per costare quanto, se non più, dei lavori stessi. Nel frattempo i cantieri rallentano, si fermano o partono già con i fondi ridotti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cantieri aperti e mai conclusi, opere iniziate e lasciate a metà, costi che lievitano mentre le risorse disponibili diminuiscono. E mentre tutto questo accade, l’inflazione cresce, il costo dei materiali aumenta, i carburanti salgono e i salari restano fermi. Alla fine qualcuno dovrà comunque pagare il conto. E chi sarà? Sempre gli stessi: i cittadini.

Il problema non è soltanto economico. È anche qualitativo. Quando gli appalti finiscono nelle mani degli amici degli amici, quando la selezione non premia il merito ma le relazioni, quando il criterio non è chi lavora meglio ma chi garantisce più ritorni, il risultato non può che essere uno solo: lavori fatti male, infrastrutture fragili, servizi inefficienti.
Altro che gare pubbliche basate sulla qualità. Spesso il sospetto è che dietro molte decisioni ci sia semplicemente un sistema di compensazioni incrociate. Non la busta di contanti sotto il tavolo, ma la fattura della consulenza sopra il tavolo.
E quando neppure la consulenza basta a coprire il passaggio di denaro, a livello internazionale si torna ai metodi più antichi: contanti, beni di lusso e persino lingotti d’oro. L’oro, del resto, è da sempre uno degli strumenti preferiti nei sistemi di corruzione e riciclaggio perché è facile da trasportare, difficile da tracciare e mantiene il suo valore nel tempo.
Non a caso negli ultimi anni anche in Italia il tema dell’oro fisico è tornato al centro di alcune scelte normative. L’obiettivo dichiarato è far emergere patrimoni detenuti senza documentazione e regolarizzarli attraverso specifiche procedure fiscali. Una misura presentata come strumento per riportare alla luce ricchezze sommerse. Ma anche qui qualcuno si chiede se certe operazioni non rischino di trasformarsi, almeno nella percezione pubblica, nell’ennesima scorciatoia per rendere regolare ciò che fino a ieri non lo era.
Il rischio più grande, però, resta quello di sempre: che il sistema continui a girare indisturbato. Controlli insufficienti, verifiche tardive, responsabilità diluite tra mille uffici e mille livelli amministrativi, immunità parlamentari.
Tutti responsabili e quindi, alla fine, nessuno responsabile. Quando finiranno i soldi del PNRR resteranno i cantieri, resteranno i debiti e resteranno i contribuenti chiamati a pagare il conto.
La vera domanda allora è una sola: quanti di quei miliardi stanno davvero costruendo il futuro del Paese e quanti, invece, stanno semplicemente pagando l’ennesima consulenza?

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