di Massimo Gervasi
È bastato un attacco in Medio Oriente e nel giro di poche ore il prezzo dei carburanti ha ricominciato a correre. Benzina e diesel verso quota due euro al litro. Un aumento immediato, quasi automatico, che ancora una volta colpisce cittadini, famiglie e piccole imprese.
Il copione è sempre lo stesso: basta una tensione internazionale, una bomba dall’altra parte del mondo, e nel giro di poche ore il prezzo alla pompa aumenta. Ma la domanda che sempre più cittadini iniziano a porsi è semplice e brutale: come è possibile che il prezzo salga così rapidamente?
I carburanti che oggi escono dalle pompe non sono stati acquistati ieri mattina. I grandi distributori e le compagnie petrolifere hanno depositi, cisterne e scorte acquistate giorni o settimane prima, quando il prezzo del petrolio era più basso e quando la tensione in Medio Oriente non aveva ancora prodotto effetti sui mercati.
E allora la sensazione, sempre più diffusa, è che dietro questi aumenti immediati si nasconda qualcosa che assomiglia molto alla parola che nessuno vuole pronunciare apertamente: speculazione.
Perché se è vero che il prezzo del petrolio può salire sui mercati internazionali, è altrettanto vero che il carburante che oggi viene venduto ai cittadini è spesso stato acquistato a prezzi precedenti. E allora come si giustifica un aumento così rapido e così generalizzato?
Nel frattempo, come spesso accade, la rabbia dei cittadini si riversa sul bersaglio più visibile: il benzinaio sotto casa. Ma la realtà è molto diversa. I gestori degli impianti hanno margini ridottissimi, pochi centesimi al litro, stabiliti contrattualmente. Non guadagnano di più se il prezzo sale. Anzi, spesso accade il contrario: quando il carburante diventa troppo caro, le persone usano meno l’auto, fanno meno rifornimento e i gestori vendono meno carburante.
In altre parole, anche i benzinai sono spesso vittime dello stesso meccanismo.
Le verifiche effettuate negli ultimi anni anche dalla Guardia di Finanza sugli impianti hanno dimostrato proprio questo: nella maggior parte dei casi il gestore non decide il prezzo finale. I prezzi sono determinati a monte, dalle compagnie petrolifere e dalla filiera della distribuzione.
Ed è proprio lì che bisognerebbe guardare con più attenzione.
Nel frattempo lo Stato continua a incassare. In Italia oltre la metà del prezzo del carburante è composto da tasse: accise e IVA applicata anche sulle stesse accise. Più il prezzo sale, più aumenta anche il gettito fiscale.
Ed è qui che entra in gioco una domanda politica, prima ancora che economica.
Il governo ha annunciato verifiche e controlli sulla filiera dei carburanti per capire da dove partano realmente gli aumenti. Ma nel frattempo non ha attivato uno degli strumenti più immediati che avrebbe a disposizione: "l’accisa mobile", il meccanismo che permette di attenuare gli aumenti del carburante attraverso la cosiddetta "sterilizzazione dei prezzi".
Si tratta di una misura semplice nel principio: quando il prezzo del petrolio aumenta rapidamente e lo Stato incassa più IVA proprio grazie a quell’aumento, una parte di quelle entrate può essere utilizzata per ridurre temporaneamente le accise. In questo modo il prezzo finale alla pompa viene contenuto e l’aumento non ricade completamente sui cittadini.
Questo sistema è stato già utilizzato in passato, durante la pandemia e nelle fasi più critiche della guerra tra Russia e Ucraina, proprio per evitare che gli aumenti energetici si trasformassero in una stangata immediata per famiglie e imprese.
E allora la domanda torna inevitabile: perché non farlo anche adesso?
Perché di fronte all’ennesima crisi internazionale e all’ennesima impennata dei carburanti lo Stato sembra sempre arrivare in ritardo?
Perché davanti a uno stato di emergenza energetica che ormai si ripete ciclicamente da anni non esiste ancora un meccanismo automatico di protezione per cittadini e imprese?
Perché mentre il prezzo alla pompa sale e le famiglie devono ridurre consumi, riscaldamento e spese quotidiane, lo Stato continua comunque a incassare di più grazie alle stesse imposte che gravano sui carburanti?
Ma soprattutto, che fine hanno fatto gli extraprofitti che lo Stato aveva promesso di chiedere ai grandi gruppi energetici e ai grandi distributori che avevano beneficiato degli aumenti straordinari dei prezzi durante la pandemia e la guerra tra Russia e Ucraina, dove sono finiti quei soldi, perché non se ne parla più e perché, la storia continua a ripetersi ancora?
Sono domande che milioni di italiani si pongono ogni volta che fanno rifornimento.
Perché ogni crisi internazionale sembra trasformarsi automaticamente in un aumento del costo della vita. E perché, ancora una volta, la guerra, anche quando è lontana migliaia di chilometri, finisce per essere pagata soprattutto dai cittadini.
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