di Alessio Colletti
Continuano gli attacchi americani e israeliani sul suolo iraniano
Stati Uniti e Israele proseguono la loro azione militare congiunta contro Teheran. Trump ha avvisato che l’operazione andrà avanti e ha minacciato gli alleati che si sono rifiutati di facilitare gli attacchi aerei a cominciare dalla Spagna di Sanchez. Intanto si apprende che il posto vacante della Guida suprema, dopo la morte di Khamenei, sarà con tutta probabilità occupato dal figlio Mojtaba, figura con un pensiero molto vicino a quello del padre defunto e favorevole alla linea della fermezza nei rapporti con le potenze nemiche.
Quali sono gli obiettivi di Israele e degli Stati Uniti
I principali obiettivi di Stati Uniti e Israele sono fermare il progetto di creazione della bomba nucleare e, soprattutto, insediare un governo più vicino ai propri interessi. Gli Stati Uniti sanno bene che l’Iran è un alleato prezioso della Cina, a cui vende la quasi totalità del suo petrolio a prezzi molto vantaggiosi, mentre Israele cerca di disfarsi del regime per via del suo sostegno ai movimenti più attivi nella causa palestinese. Basti pensare solamente ai legami fra Iran e Hamas o Hezbollah.
Un grave effetto collaterale dell’imponente operazione militare che l’Iran sta subendo in questi giorni è sicuramente rappresentato dalla riacutizzazione delle divisioni fra le diverse comunità che costituiscono questo stato. Ricordiamo infatti che l’Iran è un blocco monolitico da un punto di vista confessionale con la quasi totalità della popolazione di religione sciita, ma non si può fare la stessa considerazione se si guarda al dato etnico.
La componente etnica persiana è quella dominante, ma le minoranze vantano percentuali considerevoli, con azeri e curdi che insieme vanno oltre il 25 %. Gli attacchi israeliani e americani, inevitabilmente, andranno ad indebolire l’apparato politico e militare centrale creando più spazio per le rivendicazioni dei gruppi minoritari. Ad esempio la comunità curda potrebbe trarre beneficio da questa situazione e riorganizzare la lotta armata per ridare slancio al progetto di un Kurdistan indipendente.
Questa valutazione è stata di recente rilanciata da testate come “the Jerusalem Post”, il quotidiano con maggior numero di visualizzazioni in Israele, e “the New Arab”. E allora lo stesso Israele potrebbe insinuarsi nelle crepe della società iraniana e aumentare il finanziamento ai movimenti autonomisti per infrangere l’unità del Paese. In un articolo dello scorso anno “The Economist” faceva il punto sulla volontà del governo israeliano di appoggiare questi gruppi per frammentare il più possibile il proprio nemico di vecchia data.
Cosa dice il diritto internazionale sull’attacco contro l’Iran
Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha condannato l’attacco israelo-americano aggiungendo che la Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza nei rapporti fra stati. Avvocati come Gissou Nia, ricercatrice del think tank “Atlantic Council” con sede a Washington, hanno dichiarato che l’offensiva contro l’Iran non può avere alcuna giustificazione e base nel diritto internazionale.
Il diritto internazionale proibisce il ricorso alla coazione, riconoscendo solamente due eccezioni. La prima va ricollegata all’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, secondo il quale se uno stato subisce un attacco militare è autorizzato a reagire con una risposta armata proporzionata all’offesa subita. E questo, ovviamente, non è il caso dell’Iran: persino il Pentagono ha dichiarato di non aver ravvisato segnali di allarme su possibili aggressioni militari del regime degli Ayatollah contro obiettivi statunitensi. La seconda eccezione è quella che fa capo alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Questo organo è stato istituito dopo la seconda guerra mondiale per il mantenimento della pace e ha il potere di adottare decisioni vincolanti per risolvere crisi e minacce alla stabilità globale.
Solo cinque i membri permanenti, quelli più importanti, e sono gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, il Regno Unito e la Francia. Il veto di una sola fra queste potenze può bloccare l’efficacia di una risoluzione. Storicamente, è accaduto molto di rado che il Consiglio di Sicurezza si sia trovato d’accordo su come intervenire dinanzi ad una crisi internazionale perché ogni stato persegue il proprio esclusivo tornaconto. Anche questa seconda eccezione, chiaramente, non può essere in alcun modo chiamata a sostegno dell’intervento contro Teheran vista l’unilateralità con cui Trump e Netanyahu hanno agito.
Come stanno reagendo Cina e Russia
Secondo alcuni osservatori l’Iran si sarebbe risentito dell’atteggiamento troppo prudente dei suoi alleati e si aspettava un maggior sostegno contro i nemici occidentali. Il “New York Post”, quotidiano americano di orientamento conservatore, scrive che la Russia sta fornendo informazioni di intelligence all’esercito iraniano per migliorare la precisione degli attacchi contro le basi statunitensi nel Medio Oriente. Informazione rilanciata da altre fonti, ma non tutti danno per scontata questa versione. C’è chi sottolinea che Putin non ha tutto questo interesse ad aiutare concretamente Teheran perché non vuole urtare Trump che sta pressando Zelensky per chiudere l’accordo di pace in Ucraina alle condizioni dello zar.
Anche la posizione della Cina non è ancora ben definita. La Cina si oppone con determinazione alla caduta del regime iraniano ma al momento sembra voglia muoversi solo sul piano diplomatico. Pechino vorrebbe evitare di essere direttamente coinvolta nel conflitto, per non far salire ulteriormente la tensione con gli Usa, ma anche per impedire contraccolpi nelle relazioni con gli stati arabi del Golfo e preservare questi legami storicamente positivi. Senza dimenticare un ultimo aspetto: la guerra all’Iran rischia di distrarre l’esercito americano dal teatro indo-pacifico, quello dove il confronto fra Usa e Cina potrebbe diventare decisivo.
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