Riciclo della plastica in crisi: la vergine costa meno

Pubblicato il 26 ottobre 2026 alle ore 07:00

di Rita Bruno

La concorrenza della plastica vergine a basso prezzo mette in difficoltà il riciclo degli imballaggi in Italia. 

Rimini e Cesena segnalano l’avvio della plastica differenziata al recupero energetico. La Conferenza delle Regioni documenta ritiri rallentati e materiali accumulati in diversi territori. Il riciclo della plastica in Italia deve fare i conti con uno squilibrio economico : acquistare plastica vergine, cioè nuova e non ottenuta dal riciclo, può costare meno che utilizzare materiale riciclato. 

Per chi fabbrica imballaggi e altri prodotti, la materia prima nuova diventa così più conveniente. Le aziende riciclatrici, invece, faticano a vendere il materiale recuperato, con ripercussioni lungo la filiera della raccolta differenziata. 

Plastica vergine e riciclata: un breve confronto dei costi

Un confronto sul prezzo della plastica vergine e riciclata aiuta a capire il problema. Nell’articolo del 18 settembre 2026, Renewable Matter riporta circa 750 euro a tonnellata per il PET vergine importato dall’Asia o dall’Egitto, contro 1.200–1.300 euro per il PET riciclato in Italia. 

Dopo la raccolta differenziata, gli imballaggi vengono selezionati. Le frazioni più richieste sono acquisite dalle aziende riciclatrici, che le trasformano in materia prima da rivendere. Se la plastica vergine costa meno, il riciclato perde competitività. Per alcune frazioni meno pregiate occorre persino riconoscere un compenso al riciclatore perché le tratti.

A mettere nero su bianco la crisi è la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. Il documento approvato il 10 settembre 2026 propone 21 interventi urgenti e segnala ritiri rallentati, materiali accumulati e impianti saturi. Fra le cause indica prezzi bassi dei polimeri vergini, pressione delle importazioni extraeuropee e costi energetici elevati. In questo quadro si inseriscono i casi di Rimini e Cesena. 

Rimini e Cesena: dalla differenziata al recupero energetico

Nei bacini di Rimini e Cesena, circa 500.000 abitanti, il documento segnala una situazione di saturazione, con avvio a recupero energetico diretto della plastica differenziata. 

Come segnalato dal documento, i ritiri consortili sono meno frequenti e aumentare gli stoccaggi non viene considerato risolutivo, anche per il rischio di incendio. Gli accumuli pongono anche un problema di sicurezza.  Più imballaggio restano negli impianti, più è importante contenere le dimensioni dei cumuli, mantenere le distanze e lasciar liberi gli accessi per i soccorsi.  Un eventuale incendio può diventare più difficile da contenere.  Ci potrebbero essere conseguenze nell'aria e possibili contaminazioni attraverso le acque di spegnimento.  Per Rimini e Cesena, il documento delle Regioni comunica del rischio ma non di roghi avvenuti.

La combustione con recupero energetico produce elettricità e, dove impianti e reti lo consentono, calore per il teleriscaldamento. Ha dunque un’utilità, ma non equivale al riciclo: la plastica bruciata non torna disponibile per fabbricare nuovi prodotti.

Produrre energia, non cancella il costo climatico. 

Bruciare plastica di origine fossile, libera CO₂ e, quando il materiale può essere riciclato efficacemente, comporta generalmente più emissioni rispetto al suo recupero come materia prima, anche considerando il beneficio dell’energia ottenuta. Per quantificare gli effetti nei due bacini romagnoli servono però dati che il documento non fornisce. 

Una difficoltà condivisa da più regioni

La ricognizione non si ferma alla Romagna. In Veneto risultano quasi 9.900 tonnellate accumulate nel centro del bacino di Venezia; nel Lazio impianti prossimi alla saturazione e conferimenti sospesi a Cisterna di Latina. In Sardegna le criticità sono diffuse, salvo l’ambito di Oristano,  nelle Marche riguardano due ambiti territoriali su cinque. Difficoltà non risolte sono segnalate anche in Piemonte, mentre il Friuli Venezia Giulia registra giacenze crescenti, senza emergenza. 

Sono le situazioni riportate nell' accertamento di settembre, non un monitoraggio aggiornato in tempo reale.

In Toscana, Revet assorbe gli imballaggi dei centri regionali non più ricevuti dagli impianti fuori regione. Revet è un’azienda che seleziona e ricicla materiali della raccolta differenziata.  Separa le plastiche per conto di Corepla - consorzio di filiera, prepara le frazioni destinate ai riciclatori e trasforma la componente riciclabile delle plastiche miste in granuli per nuovi manufatti. Non si tratta, dunque, di rifiuti di altre regioni accolti in Toscana, ma di materiale toscano rimasto senza quello sbocco esterno.

Non è documentato un incenerimento generalizzato 

Il male comune è una filiera che fatica a dare una destinazione ai materiali raccolti. La differenziata resta necessaria: separare gli imballaggi è il primo passaggio per rendere possibile il riciclo. Il blocco descritto viene dopo il conferimento dei cittadini, nei ritiri, nella lavorazione e nel mercato del materiale recuperato.

La risposta deve partire anche dagli imballaggi che accompagnano i nostri acquisti, compresi quelli alimentari: eliminare le confezioni superflue, ridurre quelle indispensabili e favorire il riuso. Carta e cartone possono essere alternative valide, non una soluzione automatica. Cambiare materiale monouso non garantisce, da solo, un minore impatto. Prima di chiedersi come trattare gli imballaggi, bisogna chiedersi quanti possiamo evitarne.

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