di Tania Amarugi
L’Italia si conferma un Paese fortemente ancorato alla cultura della stabilità domestica, con oltre tre famiglie su quattro (75,9%) che vivono in una casa di proprietà, una percentuale nettamente superiore alla media europea ferma al 68,4%.
Dietro questa facciata di apparente sicurezza, si nasconde una profonda crisi strutturale così scomoda che non se ne parla: il disagio abitativo colpisce oggi circa 1,5 milioni di nuclei familiari, pari al 5,3% delle famiglie italiane, traducendosi molto spesso in gravi fenomeni di sovraffollamento. Dai dati combinati delle ultime indagini Istat ed Eurostat emerge un aumento della pressione economica legata al caro affitti , con incrementi dei canoni che hanno toccato il +10,3% in un solo anno nelle principali città d'arte che costringe un numero sempre maggiore di famiglie e studenti a stringersi in spazi ridotti, ben al di sotto dei minimi standard igienico-sanitari previsti dal Decreto Ministeriale del 1975.
I dati Eurostat confermano che l'Italia è tra i Paesi europei con la maggiore pressione interna: il tasso di sovraffollamento abitativo tocca il 24,3%, contro una media UE del 16,8%. Le conseguenze sociali sono evidenti, a partire dall'età media in cui i giovani lasciano la casa dei genitori, che in Italia ha raggiunto i 30,2 anni rispetto ai 26,3 anni della media europea.
A gravare sulla situazione è anche la paralisi dell'Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). A fronte di oltre 300.000 famiglie in lista d'attesa per una casa popolare, si contano circa 84.000 alloggi pubblici inutilizzabili perché fatiscenti, occupati abusivamente o non assegnabili. La sola Lombardia detiene il primato negativo con più di 17.000 case popolari vuote.
La crisi immobiliare italiana non è più un'emergenza passeggera, ce lo dicono gli ultimi dati diffusi dall'Osservatorio Nomisma e dal Centro di Ricerca Scenari Immobiliari: in Italia circa 1,5 milioni di famiglie versano in condizioni di grave disagio abitativo. A fronte di un patrimonio di 35,6 milioni di abitazioni, la distribuzione sbilanciata e la stagnazione dei redditi reali creano vistosi paradossi di inaccessibilità e sovraffollamento, concentrati specialmente nei tre principali poli metropolitani del Paese. Nelle tre maggiori metropoli – Milano, Roma e Napoli – la crisi assume contorni differenti, ma ugualmente allarmanti.
A Milano: il mercato degli affitti registra una leggera flessione per le metrature ampie (bilo e trilocali cedono il 6% rispetto all'anno precedente), ma vede crescere del 3% il costo dei monolocali, che sfondano la barriera dei 1.000 euro mensili. Qui il sovraffollamento non è figlio della carenza assoluta di spazi, quanto della speculazione economica. Migliaia di studenti e giovani lavoratori fuori sede sono costretti a coabitazioni forzate in stanze condivise per ammortizzare costi insostenibili, mentre
i quartieri centrali viaggiano a medie superiori ai 34 euro al metro quadro. Il fabbisogno calcolato per calmierare il mercato è di ben 34.600 nuovi alloggi.
A Roma: servirebbero 39.300 alloggi necessari per rispondere alla domanda interna e i prezzi delle locazioni si mantengono rigidi e stabili (un bilocale si attesta sui 1.429 euro). Qui il disagio si traduce in emergenza sociale acuta: le stime dei sindacati inquilini registrano migliaia di famiglie in graduatoria per un alloggio di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP) a fronte di pochissime decine di assegnazioni annue reali da parte di Ater e Comune. Le famiglie a basso reddito restano confinate in appartamenti piccoli e sovraffollati nelle periferie orientali, impossibilitate a transitare verso soluzioni più ampie.
A Napoli: si sono abbassati del 7% i canoni dei trilocali (-7%), portando la media a 1.097 euro, mentre il monolocale si attesta a 654 euro. La vera criticità partenopea risiede nella desertificazione dei residenti nel centro storico. La massiccia conversione degli immobili in strutture ricettive extra alberghiere e B&B ha spinto il Consiglio Comunale a varare una stretta con un tetto del 30% alle licenze turistiche nei quartieri centrali. La mancanza di stock a lungo termine costringe le fasce popolari ad accettare sistemazioni storicamente sotto la soglia minima di mq per abitante o a spostarsi nell'hinterland.
Le conseguenze sociali del sovraffollamento e del disagio abitativo nelle metropoli italiane non si limitano alla sfera economica, ma innescano un effetto domino che altera la salute pubblica, la demografia e la coesione sociale. Vivere in spazi che non rispettano i parametri minimi di legge (i famosi 28 mq per un singolo o i 14 mq per una stanza doppia) ha effetti diretti sul benessere degli individui. Il sovraffollamento e l'inaccessibilità economica dei piccoli appartamenti (con i monolocali a Milano e Roma stabili sopra i 1.000 €/mese) creano una vera e propria paralisi generazionale.
Ritardo nell'autonomia: Come evidenziato dai dati Eurostat, in Italia l'età media in cui si lascia la casa dei genitori è di 30,2 anni, contro i 26,3 della media europea e i meno di 22 anni dei Paesi scandinavi. Inverno demografico: La convivenza forzata in spazi ridotti o il prolungato soggiorno nella casa d'origine ritarda la formazione di nuovi nuclei familiari. Questo trend contribuisce direttamente al calo delle nascite, poiché le coppie rimandano la genitorialità a causa della mancanza di una stanza aggiuntiva (i 9 mq minimi per un figlio) o di una stabilità abitativa.
Il mercato immobiliare delle grandi città seleziona gli abitanti in base al censo, generando dinamiche di esclusione violente ed aumentando rabbia e insoddisfazione in un numero sempre maggiore di persone, come molti lavoratori dei settori dei servizi, della logistica o della ristorazione a Milano, Roma e Napoli che spendono oltre il 40% del proprio stipendio per l'affitto (sovraccarico dei costi), ritrovandosi a dover dividere appartamenti con sconosciuti o a vivere in contesti sovraffollati. E chi non può permettersi i costi del centro viene progressivamente espulso verso le periferie estreme o i comuni dell'hinterland. Questo crea quartieri-dormitorio a macchia d'olio, dove il sovraffollamento si concentra in complessi edilizi degradati, aumentando il senso di alienazione e riducendo l'integrazione sociale delle fasce più deboli, tra cui le comunità di immigrati. Il recente Piano Casa, convertito in legge dal Decreto DL 66, punta a stanziare risorse per il recupero dell'edilizia residenziale pubblica e l'housing sociale, con l'obiettivo di rimettere in circolo circa 60- 100 mila alloggi pubblici oggi inutilizzabili perché fatiscenti o non assegnabili. Allora le soluzioni e i fondi forse ci sarebbero, basterebbe ascoltare guardare in faccia realtà scomode come queste ed impegnarsi a capire cosa è possibile concretamente fare.
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