di Massimo Gervasi
C’è stato uno sciopero. Forte. Partecipato. Reale.
Il 17 aprile 2026 oltre 300mila lavoratori della sanità privata e delle RSA hanno incrociato le braccia. Non per capriccio, ma per sopravvivenza. Eppure, come spesso accade in questo Paese, è già finito nel silenzio. Perché la verità è una sola: in Italia esiste una sanità di serie A e una di serie B e quella di serie B è la sanità privata.
Infermiere, OSS, tecnici, amministrativi, autisti: persone che lavorano negli stessi reparti, con gli stessi pazienti, con le stesse responsabilità del pubblico. Ma con uno stipendio che può essere anche 500/700 euro in meno al mese. Una forbice che in certi casi arriva tranquillamente a 1.000 o 1.500 euro se si considera carriera, indennità e stabilità. Tutto questo per cosa? Perché lavori nel “privato”, anche quando quel privato è accreditato, finanziato, sostenuto dal sistema pubblico.
Paradosso della sanità
Il paradosso è tutto qui: la sanità privata è parte integrante del sistema sanitario nazionale, ma i suoi lavoratori sono trattati come cittadini di serie B. I contratti? Fermi.
Otto anni senza rinnovo nella sanità privata. Quattordici anni nelle RSA.
Nel frattempo: il costo della vita è esploso, l’inflazione ha mangiato fino al 30% del potere d’acquisto, il settore ha continuato a fatturare miliardi.
Allora la domanda è semplice: chi si sta arricchendo e chi sta pagando il conto?
Lo sciopero del 17 aprile ha avuto un’adesione altissima, intorno al 70%. Un segnale chiaro, netto, inequivocabile.
Ma i risultati? Nessuno. Tavoli, incontri, mediazioni. La solita liturgia italiana.
Nel frattempo, il pubblico continua a essere al centro di tutto: rinnovi, attenzioni, narrazione politica.
Il privato invece viene utilizzato, sfruttato, dato per scontato come se fosse un pezzo accessorio del sistema, come se quei lavoratori non contassero.
Invece sono loro che tengono in piedi interi pezzi della sanità italiana, sono loro che assorbono liste d’attesa, sono loro che garantiscono servizi dove il pubblico non arriva.
Ma quando si tratta di riconoscere diritti, stipendi e dignità, spariscono: questo non è solo un problema sindacale, è un problema politico, un problema culturale, un problema di giustizia.
Non può esistere una sanità equa se chi la fa funzionare viene trattato in modo diseguale e allora il punto non è lo sciopero. Il punto è tutto quello che viene dopo. Perché se dopo 300mila persone in piazza non cambia nulla, il messaggio è chiaro: in Italia puoi lavorare nella sanità, puoi salvare vite, puoi sostenere il sistema… ma se sei nel privato, per lo Stato vali meno.
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