Salario minimo: una scelta politica precisa, da Craxi a oggi, contro lavoratori e pensionati

Pubblicato il 16 febbraio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Il salario minimo in Italia non è mai stato una questione tecnica né un vuoto normativo casuale.

È una scelta politica consapevole, portata avanti per oltre quarant’anni da governi di ogni colore, sempre pronti a promettere aumenti in campagna elettorale e sempre puntualmente incapaci, o indisponibili, a mantenerli una volta al potere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: salari fermi, lavoro povero, pensioni future impoverite.

Per capire come siamo arrivati fin qui bisogna tornare indietro, a quando lo Stato aveva ancora uno strumento che impediva l’impoverimento silenzioso dei lavoratori: la scala mobile. Quel meccanismo, nato nel dopoguerra, garantiva l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione. Non era perfetto, ma aveva un principio chiaro: chi lavora non deve perdere potere d’acquisto.

La fine della scala mobile

Il primo colpo politico arriva negli anni ’80, con nome e cognome. È Bettino Craxi che nel 1984 firma il decreto di San Valentino, riducendo drasticamente la scala mobile. Nel 1985, un referendum conferma quella scelta. Da quel momento passa un messaggio destinato a durare decenni: per tenere in ordine i conti, i salari devono restare sotto controllo.

Negli anni ’90 il colpo diventa definitivo. Con il governo tecnico guidato da Carlo Azeglio Ciampi, nel 1993, la scala mobile viene abolita del tutto. Nasce il sistema della concertazione: i salari non devono più difendere il potere d’acquisto, ma rispettare la “compatibilità macroeconomica”. In pratica lo Stato rinuncia ufficialmente a proteggere il reddito da lavoro.

Da lì in poi la linea non cambia più. I governi di centrosinistra, da Romano Prodi in avanti, parlano di equità ma non reintroducono alcun meccanismo automatico. I governi di centrodestra, da Silvio Berlusconi, promettono crescita ma difendono la moderazione salariale. I governi tecnici, da Mario Monti a Mario Draghi, sacrificano i salari in nome della stabilità. I governi più recenti, da Giuseppe Conte a Giorgia Meloni, promettono di difendere i lavoratori ma non introducono un salario minimo legale vincolante.

I numeri certificano il fallimento

Secondo l’OCSE, dal 1990 a oggi l’Italia è l’unico grande Paese europeo in cui i salari reali sono diminuiti. Secondo l’ISTAT, tra il 2021 e il 2024 i salari reali sono calati di circa l’8%. Tradotto: si lavora di più per comprare di meno.

Facciamo un esempio concreto: un operaio che oggi guadagna 1.500 euro netti al mese. Se la scala mobile e l’adeguamento automatico all’inflazione non fossero stati smantellati, oggi quel salario dovrebbe essere almeno tra i 2.200 e i 2.300 euro, solo per mantenere lo stesso potere d’acquisto di trent’anni fa. La differenza non è colpa del mercato: è il risultato di scelte politiche ripetute.

Il salario minimo fa paura

E qui emerge il punto più scomodo: tenere bassi i salari conviene allo Stato. Conviene perché permette di fare cassa fiscale, di comprimere la spesa sociale, di ridurre il peso delle pensioni future, di giustificare tagli alla sanità pubblica e al welfare. Conviene perché libera risorse per spese considerate prioritarie, spesso lobbistiche: armamenti, missioni estere, ricostruzioni internazionali, politiche che aumentano il debito mentre ai cittadini viene chiesto di stringere la cinghia.

Il salario minimo fa paura proprio per questo. Non perché distruggerebbe l’economia, ma perché romperebbe un equilibrio costruito negli anni. Per questo viene sempre rinviato: c’è sempre una scusa, mai una legge.

Quando la politica non decide, intervengono i giudici. Non per ideologia, ma perché la Costituzione impone che la retribuzione sia “proporzionata e sufficiente”. Ogni volta che un cittadino ricorre, i magistrati fanno ciò che il Parlamento non ha voluto fare. E poi la politica, ipocritamente, li accusa di invasione di campo.

C’è però un dettaglio che smaschera definitivamente la narrazione dell’incapacità.
Lo Stato i soldi li trova, quando vuole. Ma li distribuisce in modo selettivo. Gli aumenti arrivano dove il rumore è più forte: settori pubblici, comparti che scioperano, categorie che possono bloccare servizi essenziali. Lì qualche adeguamento viene concesso, non per giustizia sociale ma per tenere buoni quelli che fanno paura.

Nel privato, invece, domina il silenzio. Chi lavora nella sanità privata, nelle cooperative, negli appalti, nella logistica, guadagna anche il 30% in meno rispetto a chi svolge lo stesso lavoro nella sanità pubblica. Stesse mansioni, stesse responsabilità, stipendi molto diversi. Perché il lavoratore privato è più ricattabile, più isolato, politicamente meno pericoloso. E quindi sacrificabile.

Ricaduta sui pensionati

E in questo disegno non ci sono solo i lavoratori attivi. A pagare il conto sono anche i pensionati e soprattutto i futuri pensionati. Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo ha spezzato il legame tra salario e pensione. Chi andrà in pensione nei prossimi anni percepirà fino al 30–35% in meno rispetto all’ultimo stipendio. Salari bassi oggi significano pensioni povere domani. Una penalizzazione doppia, programmata nel tempo.

Questa non è incapacità. È calcolo politico. Uno Stato che usa il salario come strumento di controllo sociale, non come diritto. Uno Stato che in campagna elettorale parla di dignità del lavoro e, una volta al governo, continua a difendere un sistema che produce lavoratori poveri, pensioni povere e servizi pubblici sempre più fragili.

Il salario minimo non è una rivoluzione, è il minimo sindacale di uno Stato civile. Continuare a non introdurlo significa ammettere che tenere bassi i salari è una strategia, non un errore.
E questa volta i nomi sono scritti. Nero su bianco. 

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