Il lato occulto delle adozioni del cuore: quando il volontariato diventa business

Pubblicato il 5 ottobre 2026 alle ore 07:00

di Rita Bruno

Dietro la parola "volontariato" si muove spesso un universo di straordinaria e insostituibile dedizione.

Esistono volontari e attivisti che si fanno in quattro ogni giorno, affrontando doppi lavori, si consumano l'anima e si frugano costantemente nelle proprie tasche pur di pagare stalli, cibo, cure veterinarie e medicine per gli animali in difficoltà. Ma la zona d'ombra che circonda il randagismo nasconde un rovescio della medaglia inquietante. Nel gergo dei veri operatori, un'adozione del cuore è un atto d'amore puro: è il cane tripode, oppure il gatto cieco piuttosto che anziano, anche quell'animale segnato dai maltrattamenti che troverà finalmente pace. 

Nel mercato nero del finto volontariato, invece, l'espressione viene cinicamente ribaltata: diventa una leva di marketing emotivo che sfrutta la generosità delle persone, trasformando il pietismo in un marchio commerciale per generare profitti e donazioni incontrollate.

La mercificazione del dolore sui social: il "bancomat" e la rete dietro le quinte

Il primo motore di questo business invisibile viaggia sul web e sui social network. Fotografie di cani sofferenti, sguardi disperati dietro le sbarre e appelli strazianti possono essere calibrati per colpire l'empatia del pubblico.  Ogni post diventa lo strumento per sbloccare collette continue e donazioni liberali, trasformando alcuni canali social e chat anche private in veri e propri bancomat personali. 

Un fenomeno particolarmente ambiguo, segnalato da diversi operatori del settore, riguarda una parte del mondo degli "influencer animalisti".  Vengono fortificati da enormi bacini di followers e seguiti quotidianamente.  Video e foto trasformano la loro visibilità in un flusso indiretto di potere e di denaro.  Succede anche che questi cosiddetti influencer, amanti degli animali, vengono contattati da persone che segnalano un caso di maltrattamento o altro, come ultima chance di salvataggio.  

Secondo testimonianze raccolte sul campo,  in alcuni casi dietro le quinte scatterebbe una richiesta economica opaca per muoversi pur sapendo di monetizzare sui social con nuova visibilità. 

A creare o a distorcere la realtà con una rete ramificata tra soggetti senza scrupoli riescono ad alimentare ad arte le emergenze. Dietro molte richieste di denaro, poi, la rendicontazione è spesso assente: ricevute che non vengono mai mostrate e bilanci che restano opachi.

Il meccanismo non è solo italiano

Un'inchiesta della BBC ha documentato in Uganda, un vero e proprio sistema industriale in cui i cani venivano feriti apposta per girare video strazianti e raccogliere donazioni dagli animalisti di mezzo mondo: oltre 730.000 dollari estorti sfruttando l'empatia. 

Un caso estremo, ma che dimostra quanto il dolore animale possa diventare una merce globale.

Il cortocircuito dei canili in convenzione: la rendita del sovraffollamento

Il business del volontariato deviato affonda le radici nella gestione economica di una parte dei canili convenzionati. Per alcuni enti privati che gestiscono strutture tramite appalti o convenzioni pubbliche con i Comuni, il cane in gabbia rischia di non essere un problema da risolvere.  Diventa un assegno circolare mensile garantito dalle casse pubbliche, ogni animale ricoverato produce una retta giornaliera. Il risultato di questa speculazione è che più a lungo il cane resta recluso, maggiore è l'introito per la struttura. Un meccanismo perverso che disincentiva strutturalmente le adozioni definitive. 

I numeri lo confermano: secondo il report Animali in Città di Legambiente, nei canili rifugio dei 221 comuni monitorati oltre due cani su dieci tra quelli entrati non sono stati adottati, e più di 14.000 cani rischiano di restare in canile senza mai trovare una famiglia.

Le adozioni lampo, i "resi" e la gestione seria del territorio

Un altro sintomo evidente della deriva commerciale è la pratica delle adozioni frettolose a distanza. Dal Sud Italia, dove il randagismo assume proporzioni drammatiche, i cani partono per finire al Nord spesso in mani non adatte. Quando la convivenza fallisce, i volontari corretti difficilmente fanno rifare il viaggio di ritorno, cercano invece sul territorio una soluzione, come uno stallo a pagamento, assumendosi personalmente spese veterinarie e in alcuni casi anche alimentari. 

Associazioni di facciata, conflitti d'interesse e ombre di zoomafia

Non tutte le sigle che si battono per i diritti degli animali nascono con scopi nobili. In alcuni casi, dietro denominazioni altisonanti si celano associazioni di facciata gestite da veri e propri broker del randagismo, i cui metodi evocano le zone grigie che la LAV ha coniato il termine venticinque anni fa con il suo Osservatorio dedicato, chiamato "zoomafia", ovvero lo sfruttamento economico degli animali. 

Si tratta di soggetti che coordinano staffette irregolari e non omologate, gestendo flussi di denaro e muovendo cani al di fuori 

delle normative. Vale la pena ricordarlo: il trasporto di animali è disciplinato dal Regolamento CE 1/2005 e, per le movimentazioni 

non commerciali, dal Regolamento UE 576/2013, che impone il passaporto; e il Ministero della Salute ha chiarito che non esiste alcuna deroga per staffette, volontari o associazioni. Chi trasporta animali fuori da questi binari opera nell'illegalità, non nel volontariato. 

Il conflitto d'interesse, in questi casi, è palese: chi raccoglie fondi è lo stesso che gestisce il trasporto, lo stallo e la destinazione finale, chiudendo un cerchio impermeabile a qualsiasi verifica.

Verso una rivoluzione etica: sapere a chi dare fiducia

Denunciare le derive speculative non significa screditare l'immenso valore del vero volontariato di trincea, quello pulito e faticoso che merita tutto il nostro rispetto.  Significa invitare i cittadini a fare attenzione, a essere pienamente coscienti e a tracciare il proprio denaro donato. Prima di fare donazioni, è fondamentale informarsi e verificare l'effettiva trasparenza dell'associazione o delle persone con cui ci si mette in contatto sui social, preferendo il sostegno a realtà locali verificabili. 

Uno strumento concreto esiste: il RUNTS, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, che impone alle associazioni iscritte obblighi di bilancio e trasparenza, consultarlo prima di donare è il primo filtro a disposizione di chiunque. 

Isolare i mercanti di illusioni è l'unico modo per proteggere chi si sacrifica davvero per gli animali. La solidarietà non può e non deve mai trasformarsi in un conto bancario per il profitto o in un passaporto dell'opacità.

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