Il PD di Grosseto e la "resa dei conti" interna: dai ricorsi alla vittoria plebiscitaria alla sospensione dei congressi di 44 circoli

Pubblicato il 12 ottobre 2026 alle ore 07:00

di Davide Belcuore

Una vittoria schiacciante che nasconde una frattura profonda

A luglio 2026, Giacomo Termine è stato rieletto segretario provinciale del Partito Democratico di Grosseto con il 97,79% dei voti, contro il 2,21% dello sfidante Alessio Scheggi. Un risultato che, a prima vista, sembra chiudere ogni partita interna. Ma i numeri, da soli, non raccontano tutta la storia.

Perché si arriva a un congresso con un simile divario? E soprattutto: cosa resta, dopo un voto così polarizzato, di un partito che si prepara ad affrontare le elezioni amministrative del 2027 in una provincia a guida centrodestra?

Per comprendere l'esito, bisogna ripercorrere le tappe di una conflittualità che ha attraversato l'intera primavera, trasformando il congresso provinciale in una vera e propria "resa dei conti".

La scintilla: la sospensione dei congressi

Il punto di rottura si verifica il 14 maggio 2026. La Commissione regionale di garanzia del PD decide di sospendere le attività congressuali di tutti i 44 circoli della provincia di Grosseto, per almeno tre settimane. La motivazione: una serie di ricorsi interni, presentati dalla parte di Scheggi, che accusano la dirigenza uscente di violazioni procedurali e comportamenti politici impropri.

La decisione blocca di fatto un percorso democratico già avviato. Per il campo di Termine, si tratta di una tattica dilatoria volta a paralizzare il partito in una fase cruciale. La reazione è immediata: 77 iscritti, tra cui diversi amministratori pubblici, firmano una lettera aperta indirizzata alla segretaria nazionale Elly Schlein.

La lettera non usa mezzi termini:

"Il congresso non può diventare il palcoscenico di tattiche personali, né ridursi a uno strumento per inseguire spazi politici individuali. Chi continua a promuovere ricorsi e sospensioni deve assumersi la responsabilità di paralizzare il partito in una fase cruciale."

Il riferimento, neanche troppo velato, è alle elezioni amministrative del 2027, quando Grosseto, Orbetello e Follonica andranno al voto. In una provincia governata dal centrodestra, il centrosinistra non può permettersi — questo il messaggio — un partito immobilizzato dalle sue stesse divisioni interne.

Le accuse di Scheggi: violazioni statutarie e mancati versamenti

La risposta del campo di Scheggi non si fa attendere, e rovescia completamente la prospettiva. Non sono i ricorsi a essere il problema, sostengono, ma le violazioni che li hanno resi necessari. "Le ultime settimane sono state piene di violazioni procedurali e comportamenti politici impropri da parte di diversi organismi di garanzia locali, oltre a evidenti violazioni degli obblighi statutari vincolanti — come il mancato versamento da parte di eletti e nominati della percentuale statutaria sulle indennità di carica."

Un'accusa pesante, che tocca un tema sensibile: il finanziamento dei circoli, molti dei quali versano in difficoltà economiche. Se gli eletti non versano la quota prevista dallo statuto, sostiene Scheggi, sono proprio i circoli più deboli a pagarne le conseguenze.

Il conflitto, a questo punto, non riguarda più solo le procedure congressuali. È una messa in discussione reciproca della legittimità: da un lato chi denuncia l'uso strumentale degli strumenti di garanzia; dall'altro chi rivendica il diritto di far valere le regole contro chi le avrebbe violate.

Il silenzio di Termine e la parola "ricorsi"

A fine giugno, Termine rompe il silenzio con una dichiarazione che suona come un ultimatum: "Quando manca il consenso, non si possono usare i ricorsi per sostituirlo. Basta gettare fango sul PD." E aggiunge una domanda che mira direttamente alla credibilità dell'avversario: Scheggi è stato presidente della Direzione provinciale, ha partecipato a tutte le decisioni del partito. Perché questi problemi non sono mai emersi prima, e sono diventati centrali solo durante la campagna congressuale?

È un punto politico, prima ancora che procedurale. La tesi di Termine è che i ricorsi non nascano da un'autentica preoccupazione per la legalità interna, ma da una minoranza che, non trovando consenso, cerca altre strade per contare.

Il voto: 97,79% contro 2,21%

Il congresso si conclude con numeri che non lasciano margini di interpretazione. Su 1.481 aventi diritto, votano in 821, con un'affluenza del 55,44%. Termine ottiene 753 voti (97,79%); Scheggi 17 voti (2,21%). Le schede bianche sono 48, le nulle 3.

Scheggi raccoglie consensi a una cifra o a due cifre basse, solo in pochi circoli. Termine conquista il 100% dei voti in numerosi circoli, tra cui Barbanella-Gorarella (50 voti), Gavorrano (48), Roccastrada (48), Follonica (47), Monterotondo Marittimo (44).

Un plebiscito, senza dubbio. Ma un plebiscito che pone una domanda politica: cosa rappresenta il 2,21%? È una minoranza residuale, come suggeriscono i numeri, o è il sintomo di una parte del partito che si sente esclusa e che, dopo il voto, rischia di allontanarsi definitivamente?

Le amministrative 2027 e il nodo dell'unità

Nel suo discorso di vittoria, Termine sceglie il linguaggio dell'unità: "Da questo momento in poi, il lavoro comincia. Nelle prossime settimane completeremo la formazione degli organismi dirigenti a tutti i livelli. Il 2027 sarà il passaggio decisivo."

La posta in gioco è chiara. Nel 2027 si vota in tre comuni chiave della provincia — Grosseto, Orbetello e Follonica — e il centrosinistra dovrà presentarsi con una coalizione credibile per competere in un territorio storicamente orientato al centrodestra.

Ma un partito che esce da un congresso con una frattura così netta può davvero essere pronto? La domanda non riguarda solo Termine o Scheggi. Riguarda la capacità del PD grossetano di ricomporre una comunità politica dopo mesi di conflitto aperto, ricorsi e accuse reciproche.

Una vittoria senza vincitori

Il 97,79% è un numero che chiude una contesa, ma non risolve la questione. Il PD di Grosseto esce dal congresso con una leadership rafforzata nei numeri e una minoranza interna praticamente azzerata. Un partito che esce da un congresso con una frattura così netta può davvero presentarsi unito alle amministrative del 2027? E soprattutto: gli elettori se ne accorgeranno? Perché la politica locale, si sa, vive di sfumature che i congressi non registrano. Un circolo che non partecipa alla campagna elettorale, un ex candidato che non si espone, un militante che sceglie di restare a casa: sono questi i segnali che, sommati, decidono un'elezione. E nessun congresso, per quanto plebiscitario, può garantirli.

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